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La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

Relazione della Dott.ssa Curtotti sulla concezione della formazione in ambito psicosociale Premessa e presentazione In questa relazione cercherò di evitare di fornire “ricette” generali ispirate a formule astratte sulla formazione rivolta a chi aspira a lavorare in queste strutture oppure gia vi lavora, magari da lungo tempo, ed è impegnato a vario titolo  sia in attività di front-line che di back-office.In un contesto stimolante come questo e con i dieci minuti a mia disposizione sento l’esigenza di soffermarmi solo su alcuni aspetti rilevanti o meglio che hanno acquistato rilevanza nel corso del tempo, delle esperienze formative da me capitalizzate e dello scambio costante con gruppi e professionisti impegnati nel settore.Esperienze formative ed anche di supervisione nel duplice ruolo di formatore e formando, supervisore e supervisionata.Dieci anni fa ho iniziato a lavorare in una comunità terapeutica di Roma, che gestisce differenti programmi terapeutici, sia residenziali che semiresidenziali, per la cura del disagio psichico. Vi ho lavorato per sei anni sia nel ruolo di operatore di base che di psicologa coinvolta negli incontri con i familiari, nella gestione dei programmi dei pazienti, nella co-conduzione di gruppi terapeutici e nelle riunioni d’équipe.Se vi faccio accenno è per sottolineare che tutta la mia attività di formatore successiva, e non solo in quest’ambito, è senz’altro stata per così dire “imprintata” da questa esperienza iniziale.Successivamente mi sono occupata di formazione in altri ambiti come quello della psicologia del lavoro e della psicologia scolastica oltre che di attività di ricerca, anche questa in vari settori.Così come il “cliente”, il paziente e la sua famiglia o anche altre organizzazioni, della struttura intermedia deputata alla cura del disagio psichico, è il crocevia di differenti contesti di appartenenza e campi di significazione, il cliente di un percorso di formazione, in generale è sempre portatore di una domanda multi-dimensionata.Il portatore della richiesta è infatti attraversato da molteplici dimensioni, relative ai differenti registri culturali di appartenenza quali: la cultura organizzativa dell’istituzione di appartenenza, la cultura professionale, la cultura familiare di origine ed infine la propria personale “narrazione” autobiografica. Alla luce di ciò: Quale il percorso di formazione possibile  per i “gestori” della cura,  ovvero come la formazione può essere realmente utili agli individui ed al contempo alle organizzazioni cui essi appartengono? Quali le caratteristiche dell’operatore di base, ad esempio richieste nella fondazione di una comunità terapeutica e quindi la costituzione di un’equipé terapeutica? La ricerca e la formazione: quale lo spazio di arricchimento e stimolazione reciproco?  In relazione al primo quesito:  è sempre un’alchimia l’incontro tra il formatore e chi richiede la formazione, sia nel pubblico che nel privato. L’incrocio e la formula da trovare sono dati dal possibile scambio e dalla sua valutazione tra i differenti registi degli interlocutori coinvolti cui si faceva accenno prima.Si tratta di esplorare attraverso l’analisi dei fabbisogni del “cliente”, il terreno comune di scambio e di confronto tra i differenti codici culturali ed i diversi modi di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e ciò che vi è inevitabilmente connesso.Questo senza mai dimenticare che “problema e soluzione del problema appartengono al cliente stesso” come  sostiene E. Schein,  e che quindi la seduzione dell’autoreferenzialità rappresenta sempre un rischio per il formatore.In virtù delle caratteristiche appena descritte, la formazione rivolta agli operatori, in senso lato del sociale,  non può certamente richiamarsi ai modelli di “indottrinamento” del passato o identificarsi esclusivamente con l’addestramento e neppure sposare una impostazione aziendalista di professionalizzazione tout court; dovrebbe, a mio modo di vedere, piuttosto tenere salva l’identità e la specificità del settore, consentendo uno sviluppo delle potenzialità insite nelle persone e nelle organizzazioni.L’analisi dei fabbisogni è quasi universalmente riconosciuta come momento fondamentale della progettazione per la realizzazione di interventi efficaci. Tornando alla domanda di formazione essa può essere quindi motivata dai più vari bisogni del cliente: “bisogno di sicurezza” rispetto all’esercizio del proprio ruolo professionale o sociale; “bisogno di apprendere” dell’adulto che riscopre il gusto dell’apprendimento al di fuori del sistema formale; “bisogno di comprensione” dei modelli di funzionamento e della cultura organizzativa in cui si inquadra il lavoro sociale ed anche dei problemi sociali di nuova evoluzione; “bisogno di strumenti” adeguati per sviluppare il proprio lavoro e la propria azione; “bisogno di legittimazione” scientifica e culturale del lavoro svolto; “bisogno di appartenenza” verso qualcosa di significativo, ad una progettualità comune, ma anche la condivisione delle proprie fatiche professionali ed umane; infine “bisogni di senso”, per uscire dal contingente, dall’urgente del quotidiano e cogliere il valore dell’azione.Formazione quindi come sviluppo organizzativo, come co-costruzione di un percorso formativo non calato dall’alto, ma finalizzato al perseguimento di obiettivi concordati, all’attivazione delle risorse disponibili ed alla verifica costante con il cliente.Formazione tuttavia  e soprattutto come spazio privilegiato di pensiero, contesto specifico di attivazione della mente gruppale al servizio dell’operatività. <<Pensare è capacità essenziale nella professionalità di educatore>> dice Achille Orsenigo nel testo ormai storico di Cesare Kaneklin ed Achille Orsenigo “Il lavoro di comunità”. Ma pensare cosa? Concedetemi di dirlo con S. Moscovici: pensare dunque alle rappresentazioni sociali ovvero al << … modo con cui gli esseri umani cercano di afferrare e comprendere le cose che li circonda­no e risolvere gli enigmi riguardanti la loro nascita, il corpo, le umilia­zioni, il cielo che essi vedono, gli umori del vicinato e il potere al quali sono sottomessi; enigmi che li riguardano sin dalla prima infan­zia e che continuano a riguardarli ed a costituire argomenti di conver­sazione. Noi partiamo dall’assunto che individui e gruppi siano tutt’altro che recettori passivi e che pensino autonomamente, producendo e co­municando rappresentazioni. La gente per strada, nei caffè, sul posto di lavoro, negli ospedali, laboratori, ecc. fa sempre osservazioni criti­che, commenti e elaborazioni spontanee; le «filosofie» non ufficiali hanno un’influenza decisiva sulle relazioni, sulle scelte, sul modo di educare i figli, fare progetti e così via. Per loro gli eventi, le scienze, le ideologie non sono altro che “cibo per il pensiero”>>. Ovvero ciò che mi è stato sempre a cuore in un percorso formativo è la possibile esplicitazione dei modelli impliciti, perdonate il bisticcio di parole, relativi al proprio contesto di lavoro. I Dirigenti di un servizio come si rappresentano il loro ruolo? E la loro funzione? E ancora, come si rappresentano i loro dipendenti e in definitiva i loro pazienti? Un operatore di base che sia infermiere, assistente sociale o psicologo a quale “filosofia non ufficiale” s’ispira? In conclusione formazione come pensiero per dirla ancora in … Leggi tutto La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni

Quale può essere il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni? Quale formazione per i formatori? Il tema sarà oggetto della Lezione magistrale tenuta dalla dott.ssa S. Melgiovanni (presidente dell’associazione Afips, psicologa-psicoterapeuta, già docente di psicologia delle organizzazioni) nell’ambito dell’insegnamento di sociologia generale del prof. Gaballo (corso di laurea di “Scienze politiche”) – mercoledì 22 Marzo dalle ore 15:00 presso via Brenta. L’approccio psicosociologico, fornisce un contributo essenziale alla comprensione delle trasformazioni sociali degli ultimi anni. Come scienza dell’azione e prassi impegnata nella vita sociale, la psicosociologia ha profondamente mutato le prospettive in tutti gli ambiti in cui ha esercitato la propria influenza: funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni, processi di cambiamento, rapporti di potere, trattamento dei conflitti psicologici e sociali, rapporti fra ricerca e pratica sociale, scienze dell’educazione, pedagogia, ricerche di mercato, psicoterapie, lavoro sociale, servizi sociosanitari. La formazione, secondo questo approccio, costituisce un’area importante di studio e applicazione. La formazione psicosociologica per i formatori ha come obiettivo fondamentale la decostruzione e riflessione su quei processi mentali che sono alla base di specifici atteggiamenti verso sé stessi, il proprio lavoro, gli altri e il contesto generale in cui ciascuno è immerso. Il gruppo costituisce la base attraverso la quale si può raggiungere una maggiore capacità di percezione dei molteplici aspetti che caratterizzano la vita relazionale e le situazioni sociali, grazie a un coinvolgimento non solo intellettuale, ma anche emotivo e personale.

Le origini psicosociali della corruzione – da: Il Quotidiano di Puglia


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  Lotta alla corruzione: non basta più il binario reato-pena Oggi vi suggeriamo un articolo scritto dal Dott. Metrangolo, Socio AFIPS, in merito alle origini psicosociali della corruzione. L’articolo è di Maggio 2016, ma pensiamo resti attuale ad un paio di settimane dalla Cerimonia conclusiva del progetto “Oltre le Nuvole”. Tale progetto si è rivolto agli studenti delle scuole superiori del territorio Salentino, ed ha visto coinvolte diverse associazioni (inclusa la nostra) nel sensibilizzare gli studenti alla conoscenza del fenomeno corruttivo. Comprendere la corruzione nella sua complessità significa riconoscere tale fenomeno come deleterio al vivere civile e politico di una società. Buona Lettura Il fenomeno della corruzione non può essere affrontato esclusivamente ricorrendo alla logica binaria reato-pena. Il contrasto della corruzione non può trovare una soluzione esclusivamente nella risposta, seppur efficace, del sistema giudiziario. Quando essa arriva la corruzione ha già permeato le istituzioni pubbliche ed è in grado di fornire solo risposte parziali e tardive. La prevenzione e la formazione delle nuove generazioni ad una cultura della legalità sono le risposte strategiche perché la corruzione sia contenuta entro limiti che una società può tollerare. Il problema della corruzione presuppone precisi modelli culturali e rimanda al funzionamento di gruppi sociali che, in questa fase della vita pubblica, dimostrano persino di sapere assorbire, come un costo eventuale, l’accertamento di responsabilità penali e la condanna morale. Quale può essere il contributo del sapere psicologico sul tema della corruzione? Non esiste una teoria psicologica che spieghi in modo specifico il problema della corruzione. Ma ci sono ambiti di studio che offrono strumenti utili alla comprensione di quei funzionamenti psichici, individuali, gruppali e istituzionali che alimentano comportamenti di natura corruttiva. Innanzitutto è illusorio pensare di utilizzare, in casi di corruzione, diagnosi psicopatologiche o profili di personalità riconoscibili. Questa idea è rassicurante in quanto offre l’illusione di avere elementi obiettivi che riescano a separare il mondo dei corrotti dagli altri. Non ci sono segni e indizi fisiologici, costituzionali, genetici, ecc.. in grado di distinguere e rendere riconoscibile il criminale rispetto al non criminale; il deviante sociale rispetto al soggetto normale. Una prospettiva utile può essere quella di ricondurre il problema della corruzione al più generale tema della devianza sociale e sondare l’utilità di quelle aree di studio che hanno tentato una spiegazione che riguardi la matrice culturale, e dunque l’insieme della società, che genera e nutre comportamenti corruttivi. La dialettica tra individuo e gruppo, tra identificazione e differenziazione, tra innovazione e conformismo, nel processo di sviluppo trova radice e riproduzione in un funzionamento primario di appartenenza. Rispetto a questa dinamica il rischio è la neutralizzazione del conflitto, la rinuncia a un lavoro psichico che promuova soggettivazione segnata da qualcosa di nuovo e personale. Il gruppo segnato da dinamiche corruttive obbliga l’individuo, in ragione di una seduzione che promette sicurezza, risorse, strumenti, realizzazioni, a scegliere tra inclusione e marginalità. In tal modo annulla quello spazio in cui l’appartenenza possa accogliere e sostenere i movimenti del soggetto. Un’area in cui è evidente questa dimensione è la zona grigia della “piccola corruzione”; fenomeno nel quale appare evidente come le “ambizioni realizzative” possano trovare nella burocrazie e nelle norme un limite non accettabile che consegna il soddisfacimento a comportamenti caratterizzati da una “coazione antidepressiva”. Diventa fondamentale, a tal proposito, la felice dialettica che Ambrosiano propone tra lo schema ripetitivo del vittimismo, segno di traumi precoci che alimentano la fantasia, per così dire, di un mondo che è stato sottratto e che bisogna riprendersi, e il lavoro psichico come antidoto alle derive corruttive e alla paura della passività personale. Attraverso un transito nella lezione di Fornari sui codici affettivi, l’autore configura, nell’area della criminalità-corruzione, il potere di un «codice materno squilibrato e assoluto”, che alimenta il bisogno di un’appropriazione vorace, in presenza di una «posizione pseudopaterna primitiva, animata dall’introiezione dell’immagine materna che tutto concede e tutto soddisfa» che non può differenziare e segnare il limite. La fantasia onnipotente di una espansione senza limiti del sé, del potere e della ricchezza, recluterebbe il denaro come suo strumento contro qualsiasi ostacolo a difesa dalle angosce di impotenza, violenza incontrollata, annichilimento. Il contributo di Manoukian, a carattere psicosociologico, individua due aree di interesse in ambito organizzativo. La prima riguarda i fenomeni di corruzione nei rapporti interindividuali o di piccoli gruppi. Essi sono finalizzati a raggiungere vantaggi strumentali e privilegi, attraverso l’elusione di leggi e controlli. La corruzione può rappresentare il modo di ottenere ciò che è precluso da un’amministrazione pubblica attraversata da eccessi normativi e da dinamiche burocratiche incapaci di garantire in modo equo servizi essenziali che, nelle società complesse, arginano frammentazioni e disgregazioni culturali e fronteggiano l’angoscia rispetto all’«irruzione di vicende impreviste». I corruttori neutralizzano gli ostacoli burocratici che impediscono di realizzare i propri progetti; i corrotti valorizzano il proprio ruolo non solo in termini di vantaggi economici di affermazione di potere che sorregge un’immagine di sé che negli apparati burocratici ha tendenze a svalutarsi e a non incontrare processi di identificazione positiva. La seconda area si riferisce ad una dinamica più preoccupante che riguarda, invece, i sistemi di relazioni strutturate tra gruppi criminali e sistema economico legale. Questa relazione, in presenza di un’evoluzione dei soggetti criminali verso la fornitura di servizi utili all’economia legale, infiltra senza suscitare allarme, dimensioni importanti della vita sociale e va a costituire quell’area in cui interagiscono l’illegalità e la condizione formale di legalità e trasparenza del tessuto economico. L’assunto di base dell’autrice è che la corruzione possa essere considerata un sintomo «di un malessere collettivo, espressione di un disagio, di una mancanza di fiducia nella communitas e nella possibilità di trovare in essa uno spazio di espressione e di sviluppo per il sé». Il gruppo massa è il luogo in cui avviene una«rottura del nesso sociale per il tramite di agiti». Non si tratta dell’aspetto funzionale individuato dal saggio precedente e relativo alla violazione di regole sociali funzionale a rimuovere ostacoli all’affermazione del gruppo, impossibile diversamente; ma anche di evitare il lavoro psichico che sia in grado di trasformare la «paura dinanzi alla realtà». Particolarmente suggestiva appare la proposta di considerare nel gruppo massa l’elusione della pensosità e della tensione etica, entrambe dimensioni rivolte a cogliere le complesse implicazioni delle nostre azioni. L’elusione del pensiero segna il funzionamento del gruppo corrotto, in termini che ricalcano il funzionamento della massa, identificata come gros animal «incapace di pensiero, somatico, corporeo e ottuso», che richiede … Leggi tutto Le origini psicosociali della corruzione – da: Il Quotidiano di Puglia

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Cosa devo sapere

Quali sono i costi? Il centro offre i primi colloqui di consultazione secondo le seguenti tariffe: – colloqui individuali : 40 euro – colloqui di coppia: 45 euro – colloqui con la famiglia: 50 euro I costi delle successive sedute verranno stabiliti in seguito al tipo di intervento concordato con il paziente. Come prendere un appuntamento? Per prendere un appuntamento è sufficiente chiamare il numero 366-5317960. Per qualsiasi informazione o chiarimento può anche contattarci tramite e-mail: centrocoppiafamiglia@gmail.com per i servizi offerti dal Centro coppia e famiglia. Per tutti gli altri servizi vedere le sezioni appositamente dedicate. Come si svolge la prima consultazione? La prima consultazione consiste in uno o più incontri col professionista, in cui il cliente espone le sue difficoltà e insieme al professionista viene definito il problema. Per un buona consultazione e un buon intervento i professionisti dell’associazione Afips ritengono fondamentale investire primariamente sulla comprensione dei problemi che il cliente porta con sé. Potranno essermi prescritti farmaci? La prescrizione di psicofarmaci è di competenza di medici e psichiatri. Lo psicologo e lo psicoterapeuta utilizzano la “talking cure” o “cura della parola”, che si svolge attraverso colloqui clinici o sedute di psicoterapia. Che garanzie ho rispetto alla mia privacy? I professionisti del centro sono psicologi o psicoterapeuti che, come previsto dal codice deontologico, sono tenuti a rispettare il segreto professionale e a non rivelare nulla  di quanto emerge nel corso del colloquio a terze parti né a fornire a terzi informazioni riguardo le prestazioni svolte. Quanto dura una seduta? Una seduta individuale dura generalmente 45/50 minuti. La seduta di coppia può durare da 1h /1:15h, mentre quella familiare 1:15h / 1:30h. L’orario e la durata delle sedute sono precedentemente concordate con il cliente. Quando è preferibile chiedere un colloquio di coppia anziché un colloquio individuale? I colloqui di coppia sono consigliati quando la problematica e il malessere sono vissuti all’interno della relazione oppure quando non si è riusciti a risolvere i problemi affrontandoli individualmente. E’ preferibile invece un colloquio individuale quando l’individuo ha la necessità di trattare personalmente il suo problema con il professionista e quindi ha bisogno di uno spazio solo per sé. Quando è consigliato un intervento sulla famiglia? I casi che richiedono un intervento familiare sono le famiglie con bambini o adolescenti, le famiglie in cui sono presenti patologie psichiche conclamate; in questi casi chi presenta il sintomo diviene il porta voce di un malessere che riguarda l’intera famiglia. Altre volte è richiesto un intervento familiare quando più membri di una stessa famiglia presentano diverse sintomatologie non solo di tipo psichico ma anche di tipo psicosomatico. Se mi rivolgo ad uno psicologo significa che sono matto? Rivolgersi ad uno psicologo non vuol dire essere “pazzi”: con l’aiuto dello psicologo la persona può capire che la mente umana mette in atto varie strategie per fronteggiare situazioni difficili e alcune strategie possono essere funzionali, altre no. Le strategie non funzionali limitano il modo di vivere della persona generando in essa disagi e sofferenze. L’aiuto dello psicologo può essere utile per imparare strategie più funzionali per fronteggiare le varie situazioni di vita. Perché scegliere il nostro studio? Perché Afips garantisce al suo interno professionisti altamente qualificati e con molta esperienza. Tutto lo staff di Afips svolge il proprio lavoro con competenza ed efficienza. Presso il Centro Coppia e Famiglia potrete trovare un supporto concreto e competente, un ambiente accogliente e di ascolto che vi aiuti a mettere a frutto le risorse presenti in ognuno per poter meglio affrontare le situazioni critiche e le difficoltà emerse.  

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AFIPS è un’associazione di professionisti nell’ambito della psicologia clinica, con formazione psico-sociologica, presente a livello nazionale da più di 20 anni. In AFIPS confluiscono differenti competenze maturate dai soci in diversi contesti: i servizi socio-sanitari ed educativi, le aziende pubbliche e private, la scuola e l’università. L’associazione si propone di offrire un contributo scientifico e professionale per costruire e promuovere competenze specifiche, attraverso l’attività di consulenza, formazione e ricerca. L’operato di AFIPS si declina da una parte attraverso le attività del Centro Coppia e Famiglia e dall’altra con le attività di  Formazione, Consulenza e Ricerca. L’associazione nel suo lavoro pone particolare attenzione alle problematiche degli individui, dei gruppi e delle organizzazioni tenendo conto del contesto nel quale essi sono inseriti. Nell’ambito del Centro coppia e famiglia infatti l’attenzione è rivolta alla coppia e al contesto entro il quale la coppia si è costituita e cresce. Si tiene conto soprattutto dei diversi componenti della famiglia che possono entrare in relazione con la coppia e della famiglia nella sua totalità. Nell’ambito organizzativo l’interesse è rivolto allo studio del clima organizzativo, degli stili di vita dei lavoratori e dell’organizzazione del lavoro. L’attenzione è rivolta anche ai livelli di motivazione e soddisfazione e più in generale a tutti quei fattori che possono influire sulle organizzazioni e sui gruppi e individui che ne fanno parte. L’attività di ricerca ha come obiettivo l’esplorazione delle determinanti psico-sociale implicate nello sviluppo e nel benessere dell’individuo e delle organizzazioni. In ogni contesto gli interventi sono preceduti da una fase di analisi al fine di consentire la progettazione di specifici piani di lavoro e la loro continua verifica. Afips realizza i suoi interventi con un approccio teorico ed una metodologia in continua evoluzione che si ispira alla psicosociologia e alla psicologia clinica, con lo scopo di promuovere interventi finalizzati al miglioramento delle condizioni di benessere socio-psico-biologico e interventi preventivi nelle diverse situazioni cliniche e ambientali. In linea con tali presupposti, gli obiettivi di tale metodologia di lavoro sono finalizzati principalmente alla comprensione, spiegazione, interpretazione e riorganizzazione dei processi mentali e delle simbolizzazioni affettive, individuali e interpersonali. Per cui la metodologia dei professionisti dell’associazione ritiene fondamentale per svolgere un servizio utile al cliente, investire primariamente sulla comprensione dei problemi che il cliente porta con sè: la fase iniziale infatti di ogni consulenza consiste nella definizione insieme al cliente del problema; successivamente si mette in atto l’intervento coerentemente con quanto definito nella fase iniziale e condividendo gli obiettivi dell’intervento e i processi di verifica del lavoro svolto. In quest’ottica i servizi offerti da AFIPS non sono dei “pacchetti preconfezionati” ma sono di volta in volta pensati e progettati con i destinatari dell’intervento. Obiettivo significativo quindi della metodologia di lavoro utilizzata dall’associazione consiste nella valorizzazione delle competenze e delle risorse già presenti negli individui e nelle organizzazioni.