Famiglie con figli in eta’ pediatrica

Una giornata studio agli Olivetani Domani 2 dicembre è in programma a Lecce alle ore 8:30, presso il padiglione Chirico dell’ex Monastero degli Olivetani, la giornata di studio “un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica”. L’evento è promosso da AFIPS (Associazione per la formazione e l’intervento psicosociale), SIPsIA (Società Italiana di Psicoterapia e Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia) e CCF (Centro Coppia e famiglia), ed è rivolto a psicologi, psicoterapeuti, medici, pediatri, terapisti della neuro-psicomotricità, logopedisti ed educatori professionali. Il tema dell’evento riguarda le famiglie che si trovano ad affrontare il malessere del bambino o dell’adolescente e sono alla ricerca di un aiuto esterno, non sentendosi più in grado di comprenderlo ed affrontarlo. I sintomi del disagio esperito dal bambino o adolescente possono presentarsi sotto forma somatica, comportamentale o attraverso difficoltà scolastiche. Talvolta invece il disagio può presentarsi in forme difficilmente riconoscibili. Spesso la prima richiesta d’aiuto dei genitori è rivolta al pediatra, il quale si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche delle tensioni, dell’ansia e delle difficoltà della coppia genitoriale. L’obiettivo del seminario consiste nel porre l’attenzione verso una prospettiva psicoanalitica che consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno della rete di relazioni che lo accompagnano. L’evento inoltre si presenta come un’occasione per confrontarsi, discutere e costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo e diverso ruolo, operano in questo ambito. Durante la giornata saranno anche presentatati i risultati della ricerca condotta da Afips sulla formazione psicologica del pediatra di base. Il programma della giornata prevede che durante la mattinata, dopo la presentazione e l’introduzione della dott.ssa Sonia Melgiovanni (psicologa, psicoterapeuta e presidente AFIPS), la sociologa e psicologa Maria Mancarella (presidente del “Centro Studi Osservatorio Donna” Università del Salento), affronti il tema della famiglia e in particolar modo delle nuove configurazione che la famiglia sta via via assumendo nella società odierna. In seguito, la dott.ssa Norma Marzano (medico pediatra di base presso ASL di Lecce) proporrà una riflessione sul contributo che il pediatra può offrire alla funzione educativa della famiglia. La psicologa e psicoterapeuta Luciana Chiarello insieme alla dott.ssa Virginia Giannotti (Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta) e la dott.ssa Serena Latmiral (psicologa, psicoterapeuta e presidente SIPsIA) rifletteranno sul significato affettivo-emotivo del sintomo nell’età evolutiva, prendendo in considerazione le componenti cognitive, comportamentali e semantiche del sintomo che il bambino o l’adolescente può manifestare in questa fase. Nel pomeriggio invece la prima parte del seminario verterà sulla formazione pediatrica: dapprima la psicoanalista Livia Tabanelli (presidente del corso di Psicoterapia Psicoanalitica del bambino, dell’adolescente e della coppia) esporrà l’esperienza di formazione pediatrica svoltasi a Roma, in seguito la dott.ssa Melgiovanni presenterà i risultati della ricerca “la formazione psicologica dei pediatri di base”, avanzando alcune proposte di intervento formativo. Successivamente invece sarà trattata in chiave multidisciplinare la tematica della relazione che si instaura tra il bambino e il proprio cargiver durante la fase di consultazione. Chairperson dell’evento saranno il dott. Angelo Vincenzo Serio (psichiatra, psicoterapeuta e formatore), la dott.ssa Maria Antonietta Minafra (psicologa e psicoterapeuta) e la dott.ssa Maria Assunta Stefanelli (psicologa e psicoterapeuta). L’evento si svolgerà con il patrocinio del Centro Studi Osservatorio Donna, del Dipartimento di Storia, Società e Studi dell’Uomo dell’Università del Salento, della Società Italiana di Psicoanalisi della Coppia e della Famiglia (PCF), della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) e della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP).

Un approccio per famiglie con figli in età pediatrica

Quando il malessere del bambino o dell’adolescente arriva a un punto in cui i genitori non sono più in grado di comprenderlo e affrontarlo, le ansie diventano intollerabili e la famiglia cerca un aiuto esterno. Spesso la prima richiesta è rivolta al pediatra di famiglia, a volte i sintomi si presentano in forme anche difficilmente riconoscibili, spesso prendono la via somatica, quella comportamentale, oppure si manifestano con difficoltà scolastiche. La tensione, l’ansia e le difficoltà della coppia dei genitori spesso si riversa sul pediatra che si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche dei suoi genitori. Una prospettiva psicoanalitica consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno di una rete di relazioni che lo accompagnano, voltando lo sguardo verso un sistema complesso nel quale chi osserva è personalmente implicato. La giornata di studio “Un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica” vuole essere una occasione di confronto e dialogo, a partire dalle esperienze, per costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo, si trovano a operare in questo ambito, pur riconoscendo le differenze. Saranno presentati i risultati di una ricerca sulla formazione psicologica del pediatra di base, insieme ad alcune esperienze di formazione già avviate. Evento: http://www.afips.it/event/cerimonia-conclu…e-con-l-boldrini/ Evento Facebook:  https://www.facebook.com/events/1861622417458279/

Un approccio per famiglie con figli in età pediatrica

Quando il malessere del bambino o dell’adolescente arriva a un punto in cui i genitori non sono più in grado di comprenderlo e affrontarlo, le ansie diventano intollerabili e la famiglia cerca un aiuto esterno. Spesso la prima richiesta è rivolta al pediatra di famiglia, a volte i sintomi si presentano in forme anche difficilmente riconoscibili, spesso prendono la via somatica, quella comportamentale, oppure si manifestano con difficoltà scolastiche. La tensione, l’ansia e le difficoltà della coppia dei genitori spesso si riversa sul pediatra che si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche dei suoi genitori. Una prospettiva psicoanalitica consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno di una rete di relazioni che lo accompagnano, voltando lo sguardo verso un sistema complesso nel quale chi osserva è personalmente implicato. La giornata di studio “Un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica” vuole essere una occasione di confronto e dialogo, a partire dalle esperienze, per costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo, si trovano a operare in questo ambito, pur riconoscendo le differenze. Saranno presentati i risultati di una ricerca sulla formazione psicologica del pediatra di base, insieme ad alcune esperienze di formazione già avviate.

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La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

Relazione della Dott.ssa Curtotti sulla concezione della formazione in ambito psicosociale Premessa e presentazione In questa relazione cercherò di evitare di fornire “ricette” generali ispirate a formule astratte sulla formazione rivolta a chi aspira a lavorare in queste strutture oppure gia vi lavora, magari da lungo tempo, ed è impegnato a vario titolo  sia in attività di front-line che di back-office.In un contesto stimolante come questo e con i dieci minuti a mia disposizione sento l’esigenza di soffermarmi solo su alcuni aspetti rilevanti o meglio che hanno acquistato rilevanza nel corso del tempo, delle esperienze formative da me capitalizzate e dello scambio costante con gruppi e professionisti impegnati nel settore.Esperienze formative ed anche di supervisione nel duplice ruolo di formatore e formando, supervisore e supervisionata.Dieci anni fa ho iniziato a lavorare in una comunità terapeutica di Roma, che gestisce differenti programmi terapeutici, sia residenziali che semiresidenziali, per la cura del disagio psichico. Vi ho lavorato per sei anni sia nel ruolo di operatore di base che di psicologa coinvolta negli incontri con i familiari, nella gestione dei programmi dei pazienti, nella co-conduzione di gruppi terapeutici e nelle riunioni d’équipe.Se vi faccio accenno è per sottolineare che tutta la mia attività di formatore successiva, e non solo in quest’ambito, è senz’altro stata per così dire “imprintata” da questa esperienza iniziale.Successivamente mi sono occupata di formazione in altri ambiti come quello della psicologia del lavoro e della psicologia scolastica oltre che di attività di ricerca, anche questa in vari settori.Così come il “cliente”, il paziente e la sua famiglia o anche altre organizzazioni, della struttura intermedia deputata alla cura del disagio psichico, è il crocevia di differenti contesti di appartenenza e campi di significazione, il cliente di un percorso di formazione, in generale è sempre portatore di una domanda multi-dimensionata.Il portatore della richiesta è infatti attraversato da molteplici dimensioni, relative ai differenti registri culturali di appartenenza quali: la cultura organizzativa dell’istituzione di appartenenza, la cultura professionale, la cultura familiare di origine ed infine la propria personale “narrazione” autobiografica. Alla luce di ciò: Quale il percorso di formazione possibile  per i “gestori” della cura,  ovvero come la formazione può essere realmente utili agli individui ed al contempo alle organizzazioni cui essi appartengono? Quali le caratteristiche dell’operatore di base, ad esempio richieste nella fondazione di una comunità terapeutica e quindi la costituzione di un’equipé terapeutica? La ricerca e la formazione: quale lo spazio di arricchimento e stimolazione reciproco?  In relazione al primo quesito:  è sempre un’alchimia l’incontro tra il formatore e chi richiede la formazione, sia nel pubblico che nel privato. L’incrocio e la formula da trovare sono dati dal possibile scambio e dalla sua valutazione tra i differenti registi degli interlocutori coinvolti cui si faceva accenno prima.Si tratta di esplorare attraverso l’analisi dei fabbisogni del “cliente”, il terreno comune di scambio e di confronto tra i differenti codici culturali ed i diversi modi di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e ciò che vi è inevitabilmente connesso.Questo senza mai dimenticare che “problema e soluzione del problema appartengono al cliente stesso” come  sostiene E. Schein,  e che quindi la seduzione dell’autoreferenzialità rappresenta sempre un rischio per il formatore.In virtù delle caratteristiche appena descritte, la formazione rivolta agli operatori, in senso lato del sociale,  non può certamente richiamarsi ai modelli di “indottrinamento” del passato o identificarsi esclusivamente con l’addestramento e neppure sposare una impostazione aziendalista di professionalizzazione tout court; dovrebbe, a mio modo di vedere, piuttosto tenere salva l’identità e la specificità del settore, consentendo uno sviluppo delle potenzialità insite nelle persone e nelle organizzazioni.L’analisi dei fabbisogni è quasi universalmente riconosciuta come momento fondamentale della progettazione per la realizzazione di interventi efficaci. Tornando alla domanda di formazione essa può essere quindi motivata dai più vari bisogni del cliente: “bisogno di sicurezza” rispetto all’esercizio del proprio ruolo professionale o sociale; “bisogno di apprendere” dell’adulto che riscopre il gusto dell’apprendimento al di fuori del sistema formale; “bisogno di comprensione” dei modelli di funzionamento e della cultura organizzativa in cui si inquadra il lavoro sociale ed anche dei problemi sociali di nuova evoluzione; “bisogno di strumenti” adeguati per sviluppare il proprio lavoro e la propria azione; “bisogno di legittimazione” scientifica e culturale del lavoro svolto; “bisogno di appartenenza” verso qualcosa di significativo, ad una progettualità comune, ma anche la condivisione delle proprie fatiche professionali ed umane; infine “bisogni di senso”, per uscire dal contingente, dall’urgente del quotidiano e cogliere il valore dell’azione.Formazione quindi come sviluppo organizzativo, come co-costruzione di un percorso formativo non calato dall’alto, ma finalizzato al perseguimento di obiettivi concordati, all’attivazione delle risorse disponibili ed alla verifica costante con il cliente.Formazione tuttavia  e soprattutto come spazio privilegiato di pensiero, contesto specifico di attivazione della mente gruppale al servizio dell’operatività. <<Pensare è capacità essenziale nella professionalità di educatore>> dice Achille Orsenigo nel testo ormai storico di Cesare Kaneklin ed Achille Orsenigo “Il lavoro di comunità”. Ma pensare cosa? Concedetemi di dirlo con S. Moscovici: pensare dunque alle rappresentazioni sociali ovvero al << … modo con cui gli esseri umani cercano di afferrare e comprendere le cose che li circonda­no e risolvere gli enigmi riguardanti la loro nascita, il corpo, le umilia­zioni, il cielo che essi vedono, gli umori del vicinato e il potere al quali sono sottomessi; enigmi che li riguardano sin dalla prima infan­zia e che continuano a riguardarli ed a costituire argomenti di conver­sazione. Noi partiamo dall’assunto che individui e gruppi siano tutt’altro che recettori passivi e che pensino autonomamente, producendo e co­municando rappresentazioni. La gente per strada, nei caffè, sul posto di lavoro, negli ospedali, laboratori, ecc. fa sempre osservazioni criti­che, commenti e elaborazioni spontanee; le «filosofie» non ufficiali hanno un’influenza decisiva sulle relazioni, sulle scelte, sul modo di educare i figli, fare progetti e così via. Per loro gli eventi, le scienze, le ideologie non sono altro che “cibo per il pensiero”>>. Ovvero ciò che mi è stato sempre a cuore in un percorso formativo è la possibile esplicitazione dei modelli impliciti, perdonate il bisticcio di parole, relativi al proprio contesto di lavoro. I Dirigenti di un servizio come si rappresentano il loro ruolo? E la loro funzione? E ancora, come si rappresentano i loro dipendenti e in definitiva i loro pazienti? Un operatore di base che sia infermiere, assistente sociale o psicologo a quale “filosofia non ufficiale” s’ispira? In conclusione formazione come pensiero per dirla ancora in … Leggi tutto La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

Adolescenti e nuove tecnologie

Il rischio per i giovani di perdersi nella voragine virtuale Siamo in epoca di grandi trasformazioni e nel riconoscerne i cambiamenti, risulta difficile orientarsi e ci si sente spesso smarriti. Nella pratica clinica con i bambini e gli adolescenti di oggi si coglie in modo molto chiaro la diversità del vivere in un mondo ed in un modo lontano da quello in cui siamo cresciuti, nel vivo della clinica assistiamo di continuo a cambiamenti che riguardano le famiglie, le funzioni genitoriali, la società e la storia di chi chiede assistenza. La tecnologia in primis,  in continua espansione, è diventata una moda per molti e la nostra società rimane a guardare, in una posizione di sospetto l’uso di quest’ultima da parte di chi viene definito oggi “nativo digitale” cioè proprio i bambini e gli adolescenti. I più criticati e ad essere sotto accusa, nel mondo dei nuovi nativi, sono i videogiochi, poi Internet, Facebook, i video, i siti, le chat. Condannate, come cose che fanno perdere un mucchio di tempo, che tolgono spazio allo studio, ai libri, alle letture. Il male del secolo sembra essere rappresentato dai così detti  social network  perché creano identità fittizie e sostituiscono le relazioni reali,surrogate da quelle virtuali, dove si perde il sentire, dove scomparela comunicazione non verbale, dove si sfuggono gli sguardi, le espressioni, sostituiti da onde emotive effimere ed estemporanee.Nei rapporti “virtuali”, il contatto, superficiale e bidimensionale, prende il posto della relazione. Insomma un vero dramma, questa tecnologia che desta grande criticità, ma soprattutto una grande preoccupazione negli adulti, perché messi nella posizione di chi è toccato trovarsi davanti al “Nuovo” che avanzaincessantemente, ininterrottamente, edha perso la bussola poiché il “Nuovo” quando non lo si conosceè come un “Estraneo” e l’estraneità spessospaventa, ma se è presente non possiamo solo condannarla e tenerla così a debita distanza. Come fa notare lo psicologo A. Bonaminio (2015) “ Il timore e l’ambivalenza dell’adulto nei confronti di questi strumenti (la tecnologia), rispecchia a mio avviso il timore del nuovo, dell’estraneo, dello sconosciuto, del diverso di cui l’adolescenza è di per sé portatrice”. Il compito che l’adolescente ha di fronte è quello, tutt’altro che facile, di trovare un equilibrio tra appartenenza (conformismo, approvazione) e differenziazione, tra bisogno di contatto e difesa di una quota appena natadi soggettività. E’ questo il processo di soggettivazione, grazie al quale l’adolescente diventa progressivamente un adulto, caratterizzato da una identità personale differenziata, capace al contempo di autonomia e di dipendenza sana (non coattiva) dagli altri. In questo processo non è facile orientarsi. Risulta altrettanto complicato ed enigmatico immaginare come questi cambiamenti, queste “Novità” entrino nel tessuto psichico di questi ragazzi, cosa questo generi nella loro crescita.  Ed ecco che arriva lo spaesamento anche per gli adulti. Tocca confrontarsi con un cambiamento profondo, l’impatto è obbligato ed il poter trovare e tradurre in termini di funzionamento psichico punti di forza e debolezza, ricchezza e problematicità di questi aspetti, non è immediato. Non ci sono risposte immediate, le risposte se si trovano,implicano tempi lunghi, quelli che non siamo più abituati a vivere, perché continuamenteimpegnati, forse, anche a difenderci da un bombardamento sensoriale continuo, dal non riuscire a “Scollegarsi”. Allora quali domande? Quali rischi per questi adolescenti? Il rischio potrebbe essere quello di perdersi all’interno di questa voragine virtuale, i cui  confini non sono così netti e definiti e dove la scelta diventa una rinuncia e l’esserci un obbligo. In questo modo è facile perdere il senso della misura ed il senso dei confini. Come fanno notare i docenti universitari di filosofia Ardovino e Ferraris (2012) “E’ tutto lì dentro, il mondo è in mano a noi. Quello che però non ti viene detto è che anche tu sei in mano al mondo”. La dimensione del web propone e mette in risalto soprattutto una dimensione del gruppo, dove gli interpretiprincipali  sono la platea ed il pubblico ed il pericolo è quello di confondersi specieper alcuni soggetti,  quelli più fragili, può presentare appunto l’incognita di perdere i propri confini identitari.Tutto ciò che riguarda la socialità sembra essersi spostato, infatti,sulle nuove tecnologie: questo sicuramente può rappresentare, da una parte, un bisogno difensivo di perdereil contattocon il reale, ma anche soltanto un cambiamento nel modo di disporredelle relazioni.Questo sembrerebbe  essere infatti  il risultato della perdita dei così detti garanti meta psichici e meta sociali di cui parla lo psicoanalista Kaes (2010), lo scomparire delle grandi istituzioni come i partiti politici, le associazioni cattoliche, le famiglietradizionali che hanno fornito delle guide sui quali si sono fondate le identità delle generazioni del passato. Oltre alla presa in carico del rischio, non va quindi sottovalutata,ma invece presa in considerazione,l’idea che lo spazio, quello virtuale, potrebbe rappresentare per gli adolescenti una sorta di estensione della propria mente, uno spazio in cui si riflettono i gusti, gli atteggiamenti, dove si sviluppa una parte identitariaimportante. Utilizzando il pensiero dello psicoanalistaJeammet (1980) rispetto alla considerazione che l’adolescente sviluppa una parte del proprio sé attraverso lo spazio psichico allargato, e quindi attraverso la scuola, il gruppo dei pari e la famiglia, possiamo anche comprendere che sia il web che le nuove tecnologie giochino un ruolo molto significativoe avere ancora speranza che lo spazio psichico, mentale, il pensiero e gli affetti non si stiano perdendo ma stiano cambiando?! Venuto meno l’aspetto della socialità più articolato ed essendo esso stato sostituito dal web risulterebbe quest’ultimo,secondo alcuni autori di cui parla lo psicoanalista A. Marzi(2013), un sostituto nel quale è più facile mascherare, annullare e non sentire il dolore psichico. La Rete risulta essere quindi uno degli strumenti che possono favorire il transitoadolescenziale, ma può diventare un rischio per gli adolescenti più deboli, che possono farne un uso difensivo, antievolutivo.Un possibile uso patologico compare quando lo stare in rete diventa un bisogno coattivo, una sorta di dipendenza. Il meccanismo coinvolto sembra essere quello implicato nelle più varie forme di dipendenza patologica (da cibo, da sostanze, da alcol, dal sesso, dal gioco d’azzardo): una modalità relazionale coercitiva che vincola il soggetto all’oggetto da cui dipende. Il bisogno, concreto e sensoriale la fa da padrone e occupa tutto lo spazio mentale del soggetto, ridotto ad uno stato di schiavitù. Rispetto ad altre dipendenze, quella da Internet sembra socialmente più accettata, forse perché ritenuta meno dannosa, ed è in genere individuata con un ritardo molto maggiore. Non sempre ci troviamo pronti a riconoscere il nuovo come qualcos’altro che incontriamo … Leggi tutto Adolescenti e nuove tecnologie

il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni

Quale può essere il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni? Quale formazione per i formatori? Il tema sarà oggetto della Lezione magistrale tenuta dalla dott.ssa S. Melgiovanni (presidente dell’associazione Afips, psicologa-psicoterapeuta, già docente di psicologia delle organizzazioni) nell’ambito dell’insegnamento di sociologia generale del prof. Gaballo (corso di laurea di “Scienze politiche”) – mercoledì 22 Marzo dalle ore 15:00 presso via Brenta. L’approccio psicosociologico, fornisce un contributo essenziale alla comprensione delle trasformazioni sociali degli ultimi anni. Come scienza dell’azione e prassi impegnata nella vita sociale, la psicosociologia ha profondamente mutato le prospettive in tutti gli ambiti in cui ha esercitato la propria influenza: funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni, processi di cambiamento, rapporti di potere, trattamento dei conflitti psicologici e sociali, rapporti fra ricerca e pratica sociale, scienze dell’educazione, pedagogia, ricerche di mercato, psicoterapie, lavoro sociale, servizi sociosanitari. La formazione, secondo questo approccio, costituisce un’area importante di studio e applicazione. La formazione psicosociologica per i formatori ha come obiettivo fondamentale la decostruzione e riflessione su quei processi mentali che sono alla base di specifici atteggiamenti verso sé stessi, il proprio lavoro, gli altri e il contesto generale in cui ciascuno è immerso. Il gruppo costituisce la base attraverso la quale si può raggiungere una maggiore capacità di percezione dei molteplici aspetti che caratterizzano la vita relazionale e le situazioni sociali, grazie a un coinvolgimento non solo intellettuale, ma anche emotivo e personale.

L’approccio Psicosociologico ed il “Ciclo annuale per Formatori”

Afips nel corso degli anni si è occupata di promuovere e divulgare l’approccio psicosociale e psicosociologico. L’approccio psicosociologico fornisce un contributo essenziale alla comprensione delle trasformazioni sociali, per questo si ritiene importante discutere e promuovere l’utilità di questo approccio. Per tali ragioni si è pensato di proporre il “Ciclo annuale per formatori” con lo scopo di formare professionisti su tali tematiche. L’iniziativa è stata presentata durante l’open day di Luglio 2016, in quella occasione abbiamo discusso delle concezioni della formazione con il prezioso contributo del Dott. Kaneklin, socio APS – studio di analisi PsicoSociologica, professore onorario Università Cattolica – Milano.    A breve vi forniremo informazioni più dettagliate sui programmi, modalità di svolgimento e tutti gli aspetti che caratterizzeranno il corso. Stay tuned.