Progetto formativo

Il progetto formativo consiste nell’elaborazione degli obiettivi, dei metodi e dei contenuti,  che caratterizzano un intervento di formazione volto ad ottenere un determinato risultato.

Le fasi della realizzazione di un progetto formativo sono:

  • Analisi dei bisogni formativi, delle risorse e dei vincoli;
  • Individuazione degli obiettivi
  • individuazione degli strumenti e metodi sia didattici e sia di valutazione;
  • Definizione di contenuti e tempi;
  • Verifica della corrispondenza tra obiettivi e risultati.

La progettazione è un processo circolare, infatti il progetto formativo può essere modificato durante l’implementazione stessa del progetto in base all’andamento e ai bisogni formativi che man mano emergono. Per questo è necessaria una accurata valutazione in itinere.

Saper fare un progetto formativo è importante perché se la progettazione delle attività formative non viene fatta in modo accurato, tutte le energie e le risorse economiche investite rischiano di andare sprecate, fallendo nell’obiettivo.

 

Per maggiori informazioni sul Ciclo Annuale per Formatori visitate la pagina: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

Obiettivi del Corso – Ciclo Annuale per Formatori

A cosa Serve?

 

Cosa si propone di offrire il Ciclo annuale per Formatori? Vediamolo insieme....

 

Per l’iscrizione, si pregano gli interessati di contattarci tramite e-mail al seguente indirizzo: studioafips@gmail.com  o di chiamare la segreteria Afips al numero telefonico: 0832 304054. Al momento dell'iscrizione è previsto un colloquio preliminare con un responsabile dello staff.
La scadenza delle iscrizioni è prevista per il 15 Marzo.
Si prevede che le lezioni inizieranno entro Maggio.

 

Per maggiori informazioni: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

style="font-weight: 400;">http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

Analisi dei bisogni di formazione

L’analisi dei bisogni di formazione è la prima fase del processo formativo. E’ importante per modellare l’offerta formativa alla specificità del target.

Prevede lo studio del contesto e della cultura che lo caratterizza e la precisa rilevazione delle esigenze formative.

L’analisi dei bisogni formativi serve a formulare interventi specifici partendo dai bisogni di conoscenze e di competenze, dalle motivazioni e dalle aspettative nei confronti di un intervento di formazione.

Rilevare i bisogni di formazione vuol dire:

  • stabilire se la formazione è necessaria;
  • stabilire quali obiettivi si vogliono raggiungere;
  • precisare quali azioni formative rispondono meglio a tali obiettivi.

Per maggiori informazioni sul Ciclo Annuale per Formatori visitate la pagina: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

I Destinatari del corso – Ciclo Annuale per Formatori

A chi si rivolge?

 

Vi presentiamo il nostro corso: Ciclo Annuale per formatori.
Chi potrebbe essere interessato? Per chi lo abbiamo pensato?
Ci risponde la Dott.ssa Sonia Melgiovanni, presidente AFIPS e docente del corso.

 

Per l’iscrizione, si pregano gli interessati di contattarci tramite e-mail al seguente indirizzo: studioafips@gmail.com  o di chiamare la segreteria Afips al numero telefonico: 0832 304054. Al momento dell'iscrizione è previsto un colloquio preliminare con un responsabile dello staff.
La scadenza delle iscrizioni è prevista per il 15 Marzo.
Si prevede che le lezioni inizieranno entro Maggio.

 

Per maggiori informazioni: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

Project work

Il project work è un “lavoro di progetto”, efficace strumento formativo che richiede ai partecipanti di realizzare un progetto concreto. Si collega alla metodologia del “Learning by doing” e rappresenta una sperimentazione attiva dei contenuti appresi durante un percorso didattico formativo.

Nel project work gli studenti vengono inizialmente sollecitati a fare un’analisi dei bisogni, per individuare i bisogni del contesto ai quali rispondere attraverso la realizzazione del progetto.

Il progetto consiste nell’individuare:

  • obiettivi generali e specifici
  • destinatari
  • contenuti e attività
  • metodologie
  • tempi e luoghi di realizzazione
  • risorse
  • realizzazione
  • valutazione

Il tutto deve essere frutto di una condivisione e approvazione da parte del team di lavoro.

Tale lavoro permette lo sviluppo di competenze trasversali quali capacità organizzative, decisionali, relazionali, operative e di analisi.

Il project work è una metodologia che favorisce la contestualizzazione delle competenze apprese proiettandole nei contesti in cui i partecipanti si troveranno ad agire.

 

Per maggiori informazioni sul Ciclo Annuale per Formatori visitate la pagina: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

Vi presentiamo il nostro corso

Ciclo Annuale per formatori

Vi presentiamo il nostro corso: Ciclo Annuale per formatori. Il corso si rivolge a chi lavora o vuole lavorare nella formazione e offre l’acquisizione di un metodo utile ad affrontare le sfide quotidiane che tale lavoro comporta.

 

Per l’iscrizione, si pregano gli interessati di contattarci tramite e-mail al seguente indirizzo: studioafips@gmail.com  o di chiamare la segreteria Afips al numero telefonico: 0832 304054. Al momento dell'iscrizione è previsto un colloquio preliminare con un responsabile dello staff.
La scadenza delle iscrizioni è prevista per il 15 Marzo.
Si prevede che le lezioni inizieranno entro Maggio.

 

Per maggiori informazioni: http://www.afips.it/corso-di-formazione-ai-formatori/

Famiglie con figli in eta’ pediatrica

Una giornata studio agli Olivetani

Domani 2 dicembre è in programma a Lecce alle ore 8:30, presso il padiglione Chirico dell’ex Monastero degli Olivetani, la giornata di studio “un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica”. L’evento è promosso da AFIPS (Associazione per la formazione e l’intervento psicosociale), SIPsIA (Società Italiana di Psicoterapia e Psicoanalitica dell’Infanzia, dell’Adolescenza e della Coppia) e CCF (Centro Coppia e famiglia), ed è rivolto a psicologi, psicoterapeuti, medici, pediatri, terapisti della neuro-psicomotricità, logopedisti ed educatori professionali.

Il tema dell’evento riguarda le famiglie che si trovano ad affrontare il malessere del bambino o dell’adolescente e sono alla ricerca di un aiuto esterno, non sentendosi più in grado di comprenderlo ed affrontarlo. I sintomi del disagio esperito dal bambino o adolescente possono presentarsi sotto forma somatica, comportamentale o attraverso difficoltà scolastiche. Talvolta invece il disagio può presentarsi in forme difficilmente riconoscibili. Spesso la prima richiesta d’aiuto dei genitori è rivolta al pediatra, il quale si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche delle tensioni, dell’ansia e delle difficoltà della coppia genitoriale. L’obiettivo del seminario consiste nel porre l’attenzione verso una prospettiva psicoanalitica che consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno della rete di relazioni che lo accompagnano.
L’evento inoltre si presenta come un’occasione per confrontarsi, discutere e costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo e diverso ruolo, operano in questo ambito. Durante la giornata saranno anche presentatati i risultati della ricerca condotta da Afips sulla formazione psicologica del pediatra di base.

Il programma della giornata prevede che durante la mattinata, dopo la presentazione e l’introduzione della dott.ssa Sonia Melgiovanni (psicologa, psicoterapeuta e presidente AFIPS), la sociologa e psicologa Maria Mancarella (presidente del “Centro Studi Osservatorio Donna” Università del Salento), affronti il tema della famiglia e in particolar modo delle nuove configurazione che la famiglia sta via via assumendo nella società odierna. In seguito, la dott.ssa Norma Marzano (medico pediatra di base presso ASL di Lecce) proporrà una riflessione sul contributo che il pediatra può offrire alla funzione educativa della famiglia. La psicologa e psicoterapeuta Luciana Chiarello insieme alla dott.ssa Virginia Giannotti (Neuropsichiatra infantile e psicoterapeuta) e la dott.ssa Serena Latmiral (psicologa, psicoterapeuta e presidente SIPsIA) rifletteranno sul significato affettivo-emotivo del sintomo nell’età evolutiva, prendendo in considerazione le componenti cognitive, comportamentali e semantiche del sintomo che il bambino o l’adolescente può manifestare in questa fase.
Nel pomeriggio invece la prima parte del seminario verterà sulla formazione pediatrica: dapprima la psicoanalista Livia Tabanelli (presidente del corso di Psicoterapia Psicoanalitica del bambino, dell’adolescente e della coppia) esporrà l’esperienza di formazione pediatrica svoltasi a Roma, in seguito la dott.ssa Melgiovanni presenterà i risultati della ricerca “la formazione psicologica dei pediatri di base”, avanzando alcune proposte di intervento formativo.

Successivamente invece sarà trattata in chiave multidisciplinare la tematica della relazione che si instaura tra il bambino e il proprio cargiver durante la fase di consultazione.

Chairperson dell’evento saranno il dott. Angelo Vincenzo Serio (psichiatra, psicoterapeuta e formatore), la dott.ssa Maria Antonietta Minafra (psicologa e psicoterapeuta) e la dott.ssa Maria Assunta Stefanelli (psicologa e psicoterapeuta).

L’evento si svolgerà con il patrocinio del Centro Studi Osservatorio Donna, del Dipartimento di Storia, Società e Studi dell’Uomo dell’Università del Salento, della Società Italiana di Psicoanalisi della Coppia e della Famiglia (PCF), della Società Italiana Medici Pediatri (SIMPe) e della Federazione Italiana Medici Pediatri (FIMP).

Un approccio per famiglie con figli in età pediatrica

Quando il malessere del bambino o dell’adolescente arriva a un punto in cui i genitori non sono più in grado di comprenderlo e affrontarlo, le ansie diventano intollerabili e la famiglia cerca un aiuto esterno. Spesso la prima richiesta è rivolta al pediatra di famiglia, a volte i sintomi si presentano in forme anche difficilmente riconoscibili, spesso prendono la via somatica, quella comportamentale, oppure si manifestano con difficoltà scolastiche. La tensione, l’ansia e le difficoltà della coppia dei genitori spesso si riversa sul pediatra che si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche dei suoi genitori. Una prospettiva psicoanalitica consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno di una rete di relazioni che lo accompagnano, voltando lo sguardo verso un sistema complesso nel quale chi osserva è personalmente implicato.

La giornata di studio “Un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica” vuole essere una occasione di confronto e dialogo, a partire dalle esperienze, per costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo, si trovano a operare in questo ambito, pur riconoscendo le differenze. Saranno presentati i risultati di una ricerca sulla formazione psicologica del pediatra di base, insieme ad alcune esperienze di formazione già avviate.

Evento: http://www.afips.it/event/cerimonia-conclu…e-con-l-boldrini/

Evento Facebook:  https://www.facebook.com/events/1861622417458279/

La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

Relazione della Dott.ssa Curtotti sulla concezione della formazione in ambito psicosociale

Premessa e presentazione

In questa relazione cercherò di evitare di fornire “ricette” generali ispirate a formule astratte sulla formazione rivolta a chi aspira a lavorare in queste strutture oppure gia vi lavora, magari da lungo tempo, ed è impegnato a vario titolo  sia in attività di front-line che di back-office.
In un contesto stimolante come questo e con i dieci minuti a mia disposizione sento l’esigenza di soffermarmi solo su alcuni aspetti rilevanti o meglio che hanno acquistato rilevanza nel corso del tempo, delle esperienze formative da me capitalizzate e dello scambio costante con gruppi e professionisti impegnati nel settore.
Esperienze formative ed anche di supervisione nel duplice ruolo di formatore e formando, supervisore e supervisionata.
Dieci anni fa ho iniziato a lavorare in una comunità terapeutica di Roma, che gestisce differenti programmi terapeutici, sia residenziali che semiresidenziali, per la cura del disagio psichico. Vi ho lavorato per sei anni sia nel ruolo di operatore di base che di psicologa coinvolta negli incontri con i familiari, nella gestione dei programmi dei pazienti, nella co-conduzione di gruppi terapeutici e nelle riunioni d’équipe.
Se vi faccio accenno è per sottolineare che tutta la mia attività di formatore successiva, e non solo in quest’ambito, è senz’altro stata per così dire “imprintata” da questa esperienza iniziale.
Successivamente mi sono occupata di formazione in altri ambiti come quello della psicologia del lavoro e della psicologia scolastica oltre che di attività di ricerca, anche questa in vari settori.
Così come il “cliente”, il paziente e la sua famiglia o anche altre organizzazioni, della struttura intermedia deputata alla cura del disagio psichico, è il crocevia di differenti contesti di appartenenza e campi di significazione, il cliente di un percorso di formazione, in generale è sempre portatore di una domanda multi-dimensionata.
Il portatore della richiesta è infatti attraversato da molteplici dimensioni, relative ai differenti registri culturali di appartenenza quali: la cultura organizzativa dell’istituzione di appartenenza, la cultura professionale, la cultura familiare di origine ed infine la propria personale “narrazione” autobiografica.

Alla luce di ciò:

  1. Quale il percorso di formazione possibile  per i “gestori” della cura,  ovvero come la formazione può essere realmente utili agli individui ed al contempo alle organizzazioni cui essi appartengono?
  2. Quali le caratteristiche dell’operatore di base, ad esempio richieste nella fondazione di una comunità terapeutica e quindi la costituzione di un’equipé terapeutica?
  3. La ricerca e la formazione: quale lo spazio di arricchimento e stimolazione reciproco?

 
In relazione al primo quesito:  è sempre un’alchimia l’incontro tra il formatore e chi richiede la formazione, sia nel pubblico che nel privato. L’incrocio e la formula da trovare sono dati dal possibile scambio e dalla sua valutazione tra i differenti registi degli interlocutori coinvolti cui si faceva accenno prima.
Si tratta di esplorare attraverso l’analisi dei fabbisogni del “cliente”, il terreno comune di scambio e di confronto tra i differenti codici culturali ed i diversi modi di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e ciò che vi è inevitabilmente connesso.
Questo senza mai dimenticare che “problema e soluzione del problema appartengono al cliente stesso” come  sostiene E. Schein,  e che quindi la seduzione dell’autoreferenzialità rappresenta sempre un rischio per il formatore.
In virtù delle caratteristiche appena descritte, la formazione rivolta agli operatori, in senso lato del sociale,  non può certamente richiamarsi ai modelli di “indottrinamento” del passato o identificarsi esclusivamente con l’addestramento e neppure sposare una impostazione aziendalista di professionalizzazione tout court; dovrebbe, a mio modo di vedere, piuttosto tenere salva l’identità e la specificità del settore, consentendo uno sviluppo delle potenzialità insite nelle persone e nelle organizzazioni.
L'analisi dei fabbisogni è quasi universalmente riconosciuta come momento fondamentale della progettazione per la realizzazione di interventi efficaci.

Tornando alla domanda di formazione essa può essere quindi motivata dai più vari bisogni del cliente: "bisogno di sicurezza" rispetto all'esercizio del proprio ruolo professionale o sociale; "bisogno di apprendere" dell'adulto che riscopre il gusto dell'apprendimento al di fuori del sistema formale; "bisogno di comprensione" dei modelli di funzionamento e della cultura organizzativa in cui si inquadra il lavoro sociale ed anche dei problemi sociali di nuova evoluzione; "bisogno di strumenti" adeguati per sviluppare il proprio lavoro e la propria azione; "bisogno di legittimazione" scientifica e culturale del lavoro svolto; "bisogno di appartenenza" verso qualcosa di significativo, ad una progettualità comune, ma anche la condivisione delle proprie fatiche professionali ed umane; infine "bisogni di senso", per uscire dal contingente, dall'urgente del quotidiano e cogliere il valore dell'azione.
Formazione quindi come sviluppo organizzativo, come co-costruzione di un percorso formativo non calato dall’alto, ma finalizzato al perseguimento di obiettivi concordati, all’attivazione delle risorse disponibili ed alla verifica costante con il cliente.
Formazione tuttavia  e soprattutto come spazio privilegiato di pensiero, contesto specifico di attivazione della mente gruppale al servizio dell’operatività.

<<Pensare è capacità essenziale nella professionalità di educatore>> dice Achille Orsenigo nel testo ormai storico di Cesare Kaneklin ed Achille Orsenigo “Il lavoro di comunità”.

Ma pensare cosa?

Concedetemi di dirlo con S. Moscovici: pensare dunque alle rappresentazioni sociali ovvero al << … modo con cui gli esseri umani cercano di afferrare e comprendere le cose che li circonda­no e risolvere gli enigmi riguardanti la loro nascita, il corpo, le umilia­zioni, il cielo che essi vedono, gli umori del vicinato e il potere al quali sono sottomessi; enigmi che li riguardano sin dalla prima infan­zia e che continuano a riguardarli ed a costituire argomenti di conver­sazione. Noi partiamo dall’assunto che individui e gruppi siano tutt’altro che recettori passivi e che pensino autonomamente, producendo e co­municando rappresentazioni. La gente per strada, nei caffè, sul posto di lavoro, negli ospedali, laboratori, ecc. fa sempre osservazioni criti­che, commenti e elaborazioni spontanee; le «filosofie» non ufficiali hanno un’influenza decisiva sulle relazioni, sulle scelte, sul modo di educare i figli, fare progetti e così via. Per loro gli eventi, le scienze, le ideologie non sono altro che “cibo per il pensiero”>>.

Ovvero ciò che mi è stato sempre a cuore in un percorso formativo è la possibile esplicitazione dei modelli impliciti, perdonate il bisticcio di parole, relativi al proprio contesto di lavoro.

I Dirigenti di un servizio come si rappresentano il loro ruolo? E la loro funzione? E ancora, come si rappresentano i loro dipendenti e in definitiva i loro pazienti? Un operatore di base che sia infermiere, assistente sociale o psicologo a quale “filosofia non ufficiale” s’ispira?

In conclusione formazione come pensiero per dirla ancora in altro modo “pensiero sulle dimensioni collusive di un contesto ovvero sui processi simbolici e affettivi condivisi inconsapevolmente sui partecipanti ad esso”.
In questo senso la domanda di intervento al formatore và sempre considerata come la riedizione di un processo collusivo. Qualunque parte dell’organizzazione ci chieda un intervento, sta riproponendo, nella modalità e nel rapporto che instaura con noi, un modello culturale di convivenza oramai in crisi.
Ovviamente il paradosso in cui spesso caschiamo come formatori è relativo spesso all’ arroganza di aspettarci dal nostro  interlocutore una domanda competente: ma se fosse in grado di farla richiederebbe mai il nostro intervento!

 

In relazione al secondo quesito: nel suo testo "Il bambino deprivato", Winnicott fa alcune considerazioni riguardanti le Comunità per adolescenti di cui si occupò negli anni della seconda guerra mondiale. Egli riteneva caratteristiche ideali degli operatori la stabilità emotiva, la capacità di apprendere dall'esperienza, di assumersi responsabilità, di agire in modo schietto e spontaneo nei confronti degli eventi e dei rapporti di cui è fatta la vita.
 Se in altri settori della formazione nell’ambito della psicologia, termini come “selezione del personale”, “bilancio delle competenze”, “assessment” hanno una storia più lunga ed oramai una naturalezza acquisita, in quello delle professioni del sociale molto è ancora lasciato all’improvvisazione ed alla buona volontà di singoli o gruppi ispirati che in virtù di quei famosi registri, di cui sopra, spesso s’ispirano a modelli “familistici” oppure ”carismatici” oppure, solo di recente, ”tecnicisti” ed “aziendalisti” di rappresentazione della propria funzione.

“La formazione come spazio transizionale fra fantasie e  realtà”

Come lo stesso Pedriali in un lavoro presentato alla Conferenza di Windsor nel 1997, “Integrazione tra teoria e prassi
nella formazione dell'operatore di comunità” sostiene: << Sui possibili criteri d'idoneità a questo genere di lavoro non esistono in Italia ricerche particolarmente accurate, né pubblicazioni di rilievo. I tipi di selezione sono, il più delle volte, empirici: se viene privilegiata la modalità che io definisco del fai-da-te o della promozione sul campo, l'ingresso del candidato passa di solito attraverso uno o più colloqui conoscitivi ed un periodo di tirocinio più o meno lungo. L'una e l'altra cosa, più che aiutare l'interessato a chiarirsi le idee, servono a chi gestisce la Comunità per accertare grossolani elementi di inidoneità, ma soprattutto per stabilire il grado di accettazione dell'orientamento teorico, la disponibilità ai metodi, all'intensità dei ritmi di lavoro ed il feeling più o meno positivo che si può stabilire con lui: una selezione quindi basata su criteri prevalentemente empatici e soggettivi.>>

D’altro canto nella nozione di empowerment, ci ricorda Zimmerman, ci sono tre componenti: il controllo, la consapevolezza critica, la componente partecipativa.
Nell’ambito delle organizzazioni che promuovono processi di empowerment fra i propri membri, le componenti su citate hanno delle implicazioni dirette nella struttura: lo sviluppo di capacità di controllo dei singoli implica strutture e procedure di natura orizzontale e non gerarchica; la “consapevolezza critica” mobilita risorse all’interno e sovente produce forme volontarie di coordinamento, di gestione e di utilizzo degli spazi; la “componente partecipativa” promuove la definizione di obiettivi comuni.
Quello che tuttavia spesso succede nella pratica, al di là di ciò che Winnicott, Zimmerman, Pedriali o altri interlocutori competenti sull’argomento sostengono o auspicano è che la “cura” delle strutture intermedie necessita allo stato attuale non tanto di nuovi approcci teorici, o di nuovi modelli organizzativi oppure in definitiva di operatori “supercompetenti”, ma di criteri di verifica e risultati di ricerca.

In relazione al terzo quesito: in quest’ottica, all’interno di un percorso di ricerca, la formazione acquista un significato diverso come nel caso della ricerca presentata appunto in questo convegno e può fornire stimolanti spazi di pensiero su quei modelli organizzativi e quei presupposti teorici, impliciti o espliciti, che orientano le prassi operative.

 “Psicoterapia e prove di efficacia” un testo di Anthony Roth e Peter Fonagy uscito qui in Italia nell’ottobre dell’1997 in prima edizione segna un cambiamento epocale anche in un settore storicamente resistente alla verifica come quello della psicoterapia.
Come dice Ammanniti nella prefazione del testo <>.
Di conseguenza vari terapeuti e ricercatori, in Italia e in tutto il mondo, stanno studiando con interesse i “fattori terapeutici” che intervengono nelle terapie psicologiche e alla “verifica dei risultati” a breve e lungo termine dei trattamenti terapeutici di qualunque approccio teorico essi siano.
Ebbene anche le strutture intermedie necessitano di più spazi e spunti di riflessione attivati dalla verifica e dalla ricerca in questo settore.
E la ricerca si sa nasce dalla capacità di riflettere criticamente sui problemi e di interrogarsi sui contesti delle attività umane e la formazione in questo senso può dare molte ma anche ricevere in tutte le fasi della ricerca stessa.
Il percorso formativo scaturito dalla realizzazione della ricerca presentata in questo convegno è ad esempio costruito sui dati emersi dalla ricerca stessa.

In conclusione ed anche per spiegarvi il senso del titolo di questa relazione: la formazione a mio modo di vedere può realmente essere utile agli individui ed ai gruppi che la richiedono se diventa area intermedia, zona di confine e spazio di transito tra il modo di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e la propria professionalità  e ciò che in termini di obiettivi concordati e verificabili si può realisticamente perseguire.

 

Dott.ssa Clara Emanuela Curtotti

 

BIBLIOGRAFIA

  • Federico Butera “Il castello e la Rete”, Franco Angeli, 1990.
  • Correale: "L'equipe come supporto emotivo e di pensiero per gli operatori psichiatrici". Relazione presentata al Convegno "Strumenti psicoanalitici in Psichiatria" - Bologna, 1996.
  • Forti D, e Varchetta G. “L’approccio psicosociologico allo sviluppo delle organizzazioni”, Franco Angeli, 2001.
  • Kaneklin C, e F. O. Manoukian, "Conoscere l'organizzazione", NIS, 1990.
  • Kaneclin, A. Orsenigo: "Il lavoro di Comunità", Nuova Italia Scientifica - Roma, 1992
  • Enrico Pedriali “Integrazione tra teoria e prassi nella formazione dell'operatore di comunità” di (lavoro presentato alla Conferenza di Windsor 1997
  • Quaglino P. G., “Psicodinamica della vita organizzativa”, RaffaelloCortina, 1996.
  • W. Winnicott: "Il bambino deprivato" - Raffaello Cortina Editore, Milano 1986.
  • Edgard H, Schein “La consulenza di processo”, Raffaello Cortina Editore, 2001.

 

 

Adolescenti e nuove tecnologie

Il rischio per i giovani di perdersi nella voragine virtuale

Siamo in epoca di grandi trasformazioni e nel riconoscerne i cambiamenti, risulta difficile orientarsi e ci si sente spesso smarriti. Nella pratica clinica con i bambini e gli adolescenti di oggi si coglie in modo molto chiaro la diversità del vivere in un mondo ed in un modo lontano da quello in cui siamo cresciuti, nel vivo della clinica assistiamo di continuo a cambiamenti che riguardano le famiglie, le funzioni genitoriali, la società e la storia di chi chiede assistenza. La tecnologia in primis,  in continua espansione, è diventata una moda per molti e la nostra società rimane a guardare, in una posizione di sospetto l’uso di quest’ultima da parte di chi viene definito oggi “nativo digitale” cioè proprio i bambini e gli adolescenti. I più criticati e ad essere sotto accusa, nel mondo dei nuovi nativi, sono i videogiochi, poi Internet, Facebook, i video, i siti, le chat. Condannate, come cose che fanno perdere un mucchio di tempo, che tolgono spazio allo studio, ai libri, alle letture. Il male del secolo sembra essere rappresentato dai così detti  social network  perché creano identità fittizie e sostituiscono le relazioni reali,surrogate da quelle virtuali, dove si perde il sentire, dove scomparela comunicazione non verbale, dove si sfuggono gli sguardi, le espressioni, sostituiti da onde emotive effimere ed estemporanee.Nei rapporti "virtuali", il contatto, superficiale e bidimensionale, prende il posto della relazione. Insomma un vero dramma, questa tecnologia che desta grande criticità, ma soprattutto una grande preoccupazione negli adulti, perché messi nella posizione di chi è toccato trovarsi davanti al “Nuovo” che avanzaincessantemente, ininterrottamente, edha perso la bussola poiché il “Nuovo” quando non lo si conosceè come un “Estraneo” e l’estraneità spessospaventa, ma se è presente non possiamo solo condannarla e tenerla così a debita distanza. Come fa notare lo psicologo A. Bonaminio (2015) “ Il timore e l’ambivalenza dell’adulto nei confronti di questi strumenti (la tecnologia), rispecchia a mio avviso il timore del nuovo, dell’estraneo, dello sconosciuto, del diverso di cui l’adolescenza è di per sé portatrice”. Il compito che l'adolescente ha di fronte è quello, tutt'altro che facile, di trovare un equilibrio tra appartenenza (conformismo, approvazione) e differenziazione, tra bisogno di contatto e difesa di una quota appena natadi soggettività. E' questo il processo di soggettivazione, grazie al quale l'adolescente diventa progressivamente un adulto, caratterizzato da una identità personale differenziata, capace al contempo di autonomia e di dipendenza sana (non coattiva) dagli altri. In questo processo non è facile orientarsi.

Risulta altrettanto complicato ed enigmatico immaginare come questi cambiamenti, queste “Novità” entrino nel tessuto psichico di questi ragazzi, cosa questo generi nella loro crescita.  Ed ecco che arriva lo spaesamento anche per gli adulti.

Tocca confrontarsi con un cambiamento profondo, l’impatto è obbligato ed il poter trovare e tradurre in termini di funzionamento psichico punti di forza e debolezza, ricchezza e problematicità di questi aspetti, non è immediato. Non ci sono risposte immediate, le risposte se si trovano,implicano tempi lunghi, quelli che non siamo più abituati a vivere, perché continuamenteimpegnati, forse, anche a difenderci da un bombardamento sensoriale continuo, dal non riuscire a “Scollegarsi”.

Allora quali domande? Quali rischi per questi adolescenti?

Il rischio potrebbe essere quello di perdersi all’interno di questa voragine virtuale, i cui  confini non sono così netti e definiti e dove la scelta diventa una rinuncia e l’esserci un obbligo. In questo modo è facile perdere il senso della misura ed il senso dei confini. Come fanno notare i docenti universitari di filosofia Ardovino e Ferraris (2012) “E’ tutto lì dentro, il mondo è in mano a noi. Quello che però non ti viene detto è che anche tu sei in mano al mondo”. La dimensione del web propone e mette in risalto soprattutto una dimensione del gruppo, dove gli interpretiprincipali  sono la platea ed il pubblico ed il pericolo è quello di confondersi specieper alcuni soggetti,  quelli più fragili, può presentare appunto l’incognita di perdere i propri confini identitari.Tutto ciò che riguarda la socialità sembra essersi spostato, infatti,sulle nuove tecnologie: questo sicuramente può rappresentare, da una parte, un bisogno difensivo di perdereil contattocon il reale, ma anche soltanto un cambiamento nel modo di disporredelle relazioni.Questo sembrerebbe  essere infatti  il risultato della perdita dei così detti garanti meta psichici e meta sociali di cui parla lo psicoanalista Kaes (2010), lo scomparire delle grandi istituzioni come i partiti politici, le associazioni cattoliche, le famiglietradizionali che hanno fornito delle guide sui quali si sono fondate le identità delle generazioni del passato.

Oltre alla presa in carico del rischio, non va quindi sottovalutata,ma invece presa in considerazione,l’idea che lo spazio, quello virtuale, potrebbe rappresentare per gli adolescenti una sorta di estensione della propria mente, uno spazio in cui si riflettono i gusti, gli atteggiamenti, dove si sviluppa una parte identitariaimportante. Utilizzando il pensiero dello psicoanalistaJeammet (1980) rispetto alla considerazione che l’adolescente sviluppa una parte del proprio sé attraverso lo spazio psichico allargato, e quindi attraverso la scuola, il gruppo dei pari e la famiglia, possiamo anche comprendere che sia il web che le nuove tecnologie giochino un ruolo molto significativoe avere ancora speranza che lo spazio psichico, mentale, il pensiero e gli affetti non si stiano perdendo ma stiano cambiando?! Venuto meno l’aspetto della socialità più articolato ed essendo esso stato sostituito dal web risulterebbe quest’ultimo,secondo alcuni autori di cui parla lo psicoanalista A. Marzi(2013), un sostituto nel quale è più facile mascherare, annullare e non sentire il dolore psichico. La Rete risulta essere quindi uno degli strumenti che possono favorire il transitoadolescenziale, ma può diventare un rischio per gli adolescenti più deboli, che possono farne un uso difensivo, antievolutivo.Un possibile uso patologico compare quando lo stare in rete diventa un bisogno coattivo, una sorta di dipendenza.

Il meccanismo coinvolto sembra essere quello implicato nelle più varie forme di dipendenza patologica (da cibo, da sostanze, da alcol, dal sesso, dal gioco d'azzardo): una modalità relazionale coercitiva che vincola il soggetto all'oggetto da cui dipende. Il bisogno, concreto e sensoriale la fa da padrone e occupa tutto lo spazio mentale del soggetto, ridotto ad uno stato di schiavitù.

Rispetto ad altre dipendenze, quella da Internet sembra socialmente più accettata, forse perché ritenuta meno dannosa, ed è in genere individuata con un ritardo molto maggiore.

Non sempre ci troviamo pronti a riconoscere il nuovo come qualcos’altro che incontriamo nella vita e nello scenario clinico e riuscire a trovare un modo per guardarlo in maniera adeguata. Forse la sospensione del giudizio aiuta all’ascolto e ad educare lo sguardo al “nuovo” che si presenta e che, anche se inquieta, esiste e va accolto, solo così possono essere tessuti i fili di nuove trame psichiche di cui per ora possiamo avere soltanto una visione parziale.

 

Dott.ssa Luciana Chiarello