Un approccio per famiglie con figli in età pediatrica

Quando il malessere del bambino o dell’adolescente arriva a un punto in cui i genitori non sono più in grado di comprenderlo e affrontarlo, le ansie diventano intollerabili e la famiglia cerca un aiuto esterno. Spesso la prima richiesta è rivolta al pediatra di famiglia, a volte i sintomi si presentano in forme anche difficilmente riconoscibili, spesso prendono la via somatica, quella comportamentale, oppure si manifestano con difficoltà scolastiche. La tensione, l’ansia e le difficoltà della coppia dei genitori spesso si riversa sul pediatra che si trova a farsi carico, non solo del bambino, ma anche dei suoi genitori. Una prospettiva psicoanalitica consente di osservare il sintomo e comprenderne il significato all’interno di una rete di relazioni che lo accompagnano, voltando lo sguardo verso un sistema complesso nel quale chi osserva è personalmente implicato.

La giornata di studio “Un approccio multidisciplinare per le famiglie con figli in età pediatrica” vuole essere una occasione di confronto e dialogo, a partire dalle esperienze, per costruire sinergie fra coloro che, a vario titolo, si trovano a operare in questo ambito, pur riconoscendo le differenze. Saranno presentati i risultati di una ricerca sulla formazione psicologica del pediatra di base, insieme ad alcune esperienze di formazione già avviate.

Evento: http://www.afips.it/event/cerimonia-conclu…e-con-l-boldrini/

Evento Facebook:  https://www.facebook.com/events/1861622417458279/

La formazione come spazio transizionale fra fantasia e realtà

Relazione della Dott.ssa Curtotti sulla concezione della formazione in ambito psicosiciale

Premessa e presentazione

In questa relazione cercherò di evitare di fornire “ricette” generali ispirate a formule astratte sulla formazione rivolta a chi aspira a lavorare in queste strutture oppure gia vi lavora, magari da lungo tempo, ed è impegnato a vario titolo  sia in attività di front-line che di back-office.
In un contesto stimolante come questo e con i dieci minuti a mia disposizione sento l’esigenza di soffermarmi solo su alcuni aspetti rilevanti o meglio che hanno acquistato rilevanza nel corso del tempo, delle esperienze formative da me capitalizzate e dello scambio costante con gruppi e professionisti impegnati nel settore.
Esperienze formative ed anche di supervisione nel duplice ruolo di formatore e formando, supervisore e supervisionata.
Dieci anni fa ho iniziato a lavorare in una comunità terapeutica di Roma, che gestisce differenti programmi terapeutici, sia residenziali che semiresidenziali, per la cura del disagio psichico. Vi ho lavorato per sei anni sia nel ruolo di operatore di base che di psicologa coinvolta negli incontri con i familiari, nella gestione dei programmi dei pazienti, nella co-conduzione di gruppi terapeutici e nelle riunioni d’équipe.
Se vi faccio accenno è per sottolineare che tutta la mia attività di formatore successiva, e non solo in quest’ambito, è senz’altro stata per così dire “imprintata” da questa esperienza iniziale.
Successivamente mi sono occupata di formazione in altri ambiti come quello della psicologia del lavoro e della psicologia scolastica oltre che di attività di ricerca, anche questa in vari settori.
Così come il “cliente”, il paziente e la sua famiglia o anche altre organizzazioni, della struttura intermedia deputata alla cura del disagio psichico, è il crocevia di differenti contesti di appartenenza e campi di significazione, il cliente di un percorso di formazione, in generale è sempre portatore di una domanda multi-dimensionata.
Il portatore della richiesta è infatti attraversato da molteplici dimensioni, relative ai differenti registri culturali di appartenenza quali: la cultura organizzativa dell’istituzione di appartenenza, la cultura professionale, la cultura familiare di origine ed infine la propria personale “narrazione” autobiografica.

Alla luce di ciò:

  1. Quale il percorso di formazione possibile  per i “gestori” della cura,  ovvero come la formazione può essere realmente utili agli individui ed al contempo alle organizzazioni cui essi appartengono?
  2. Quali le caratteristiche dell’operatore di base, ad esempio richieste nella fondazione di una comunità terapeutica e quindi la costituzione di un’equipé terapeutica?
  3. La ricerca e la formazione: quale lo spazio di arricchimento e stimolazione reciproco?

 
In relazione al primo quesito:  è sempre un’alchimia l’incontro tra il formatore e chi richiede la formazione, sia nel pubblico che nel privato. L’incrocio e la formula da trovare sono dati dal possibile scambio e dalla sua valutazione tra i differenti registi degli interlocutori coinvolti cui si faceva accenno prima.
Si tratta di esplorare attraverso l’analisi dei fabbisogni del “cliente”, il terreno comune di scambio e di confronto tra i differenti codici culturali ed i diversi modi di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e ciò che vi è inevitabilmente connesso.
Questo senza mai dimenticare che “problema e soluzione del problema appartengono al cliente stesso” come  sostiene E. Schein,  e che quindi la seduzione dell’autoreferenzialità rappresenta sempre un rischio per il formatore.
In virtù delle caratteristiche appena descritte, la formazione rivolta agli operatori, in senso lato del sociale,  non può certamente richiamarsi ai modelli di “indottrinamento” del passato o identificarsi esclusivamente con l’addestramento e neppure sposare una impostazione aziendalista di professionalizzazione tout court; dovrebbe, a mio modo di vedere, piuttosto tenere salva l’identità e la specificità del settore, consentendo uno sviluppo delle potenzialità insite nelle persone e nelle organizzazioni.
L'analisi dei fabbisogni è quasi universalmente riconosciuta come momento fondamentale della progettazione per la realizzazione di interventi efficaci.

Tornando alla domanda di formazione essa può essere quindi motivata dai più vari bisogni del cliente: "bisogno di sicurezza" rispetto all'esercizio del proprio ruolo professionale o sociale; "bisogno di apprendere" dell'adulto che riscopre il gusto dell'apprendimento al di fuori del sistema formale; "bisogno di comprensione" dei modelli di funzionamento e della cultura organizzativa in cui si inquadra il lavoro sociale ed anche dei problemi sociali di nuova evoluzione; "bisogno di strumenti" adeguati per sviluppare il proprio lavoro e la propria azione; "bisogno di legittimazione" scientifica e culturale del lavoro svolto; "bisogno di appartenenza" verso qualcosa di significativo, ad una progettualità comune, ma anche la condivisione delle proprie fatiche professionali ed umane; infine "bisogni di senso", per uscire dal contingente, dall'urgente del quotidiano e cogliere il valore dell'azione.
Formazione quindi come sviluppo organizzativo, come co-costruzione di un percorso formativo non calato dall’alto, ma finalizzato al perseguimento di obiettivi concordati, all’attivazione delle risorse disponibili ed alla verifica costante con il cliente.
Formazione tuttavia  e soprattutto come spazio privilegiato di pensiero, contesto specifico di attivazione della mente gruppale al servizio dell’operatività.

<<Pensare è capacità essenziale nella professionalità di educatore>> dice Achille Orsenigo nel testo ormai storico di Cesare Kaneklin ed Achille Orsenigo “Il lavoro di comunità”.

Ma pensare cosa?

Concedetemi di dirlo con S. Moscovici: pensare dunque alle rappresentazioni sociali ovvero al << … modo con cui gli esseri umani cercano di afferrare e comprendere le cose che li circonda­no e risolvere gli enigmi riguardanti la loro nascita, il corpo, le umilia­zioni, il cielo che essi vedono, gli umori del vicinato e il potere al quali sono sottomessi; enigmi che li riguardano sin dalla prima infan­zia e che continuano a riguardarli ed a costituire argomenti di conver­sazione. Noi partiamo dall’assunto che individui e gruppi siano tutt’altro che recettori passivi e che pensino autonomamente, producendo e co­municando rappresentazioni. La gente per strada, nei caffè, sul posto di lavoro, negli ospedali, laboratori, ecc. fa sempre osservazioni criti­che, commenti e elaborazioni spontanee; le «filosofie» non ufficiali hanno un’influenza decisiva sulle relazioni, sulle scelte, sul modo di educare i figli, fare progetti e così via. Per loro gli eventi, le scienze, le ideologie non sono altro che “cibo per il pensiero”>>.

Ovvero ciò che mi è stato sempre a cuore in un percorso formativo è la possibile esplicitazione dei modelli impliciti, perdonate il bisticcio di parole, relativi al proprio contesto di lavoro.

I Dirigenti di un servizio come si rappresentano il loro ruolo? E la loro funzione? E ancora, come si rappresentano i loro dipendenti e in definitiva i loro pazienti? Un operatore di base che sia infermiere, assistente sociale o psicologo a quale “filosofia non ufficiale” s’ispira?

In conclusione formazione come pensiero per dirla ancora in altro modo “pensiero sulle dimensioni collusive di un contesto ovvero sui processi simbolici e affettivi condivisi inconsapevolmente sui partecipanti ad esso”.
In questo senso la domanda di intervento al formatore và sempre considerata come la riedizione di un processo collusivo. Qualunque parte dell’organizzazione ci chieda un intervento, sta riproponendo, nella modalità e nel rapporto che instaura con noi, un modello culturale di convivenza oramai in crisi.
Ovviamente il paradosso in cui spesso caschiamo come formatori è relativo spesso all’ arroganza di aspettarci dal nostro  interlocutore una domanda competente: ma se fosse in grado di farla richiederebbe mai il nostro intervento!

 

In relazione al secondo quesito: nel suo testo "Il bambino deprivato", Winnicott fa alcune considerazioni riguardanti le Comunità per adolescenti di cui si occupò negli anni della seconda guerra mondiale. Egli riteneva caratteristiche ideali degli operatori la stabilità emotiva, la capacità di apprendere dall'esperienza, di assumersi responsabilità, di agire in modo schietto e spontaneo nei confronti degli eventi e dei rapporti di cui è fatta la vita.
 Se in altri settori della formazione nell’ambito della psicologia, termini come “selezione del personale”, “bilancio delle competenze”, “assessment” hanno una storia più lunga ed oramai una naturalezza acquisita, in quello delle professioni del sociale molto è ancora lasciato all’improvvisazione ed alla buona volontà di singoli o gruppi ispirati che in virtù di quei famosi registri, di cui sopra, spesso s’ispirano a modelli “familistici” oppure ”carismatici” oppure, solo di recente, ”tecnicisti” ed “aziendalisti” di rappresentazione della propria funzione.

“La formazione come spazio transizionale fra fantasie e  realtà”

Come lo stesso Pedriali in un lavoro presentato alla Conferenza di Windsor nel 1997, “Integrazione tra teoria e prassi
nella formazione dell'operatore di comunità” sostiene: << Sui possibili criteri d'idoneità a questo genere di lavoro non esistono in Italia ricerche particolarmente accurate, né pubblicazioni di rilievo. I tipi di selezione sono, il più delle volte, empirici: se viene privilegiata la modalità che io definisco del fai-da-te o della promozione sul campo, l'ingresso del candidato passa di solito attraverso uno o più colloqui conoscitivi ed un periodo di tirocinio più o meno lungo. L'una e l'altra cosa, più che aiutare l'interessato a chiarirsi le idee, servono a chi gestisce la Comunità per accertare grossolani elementi di inidoneità, ma soprattutto per stabilire il grado di accettazione dell'orientamento teorico, la disponibilità ai metodi, all'intensità dei ritmi di lavoro ed il feeling più o meno positivo che si può stabilire con lui: una selezione quindi basata su criteri prevalentemente empatici e soggettivi.>>

D’altro canto nella nozione di empowerment, ci ricorda Zimmerman, ci sono tre componenti: il controllo, la consapevolezza critica, la componente partecipativa.
Nell’ambito delle organizzazioni che promuovono processi di empowerment fra i propri membri, le componenti su citate hanno delle implicazioni dirette nella struttura: lo sviluppo di capacità di controllo dei singoli implica strutture e procedure di natura orizzontale e non gerarchica; la “consapevolezza critica” mobilita risorse all’interno e sovente produce forme volontarie di coordinamento, di gestione e di utilizzo degli spazi; la “componente partecipativa” promuove la definizione di obiettivi comuni.
Quello che tuttavia spesso succede nella pratica, al di là di ciò che Winnicott, Zimmerman, Pedriali o altri interlocutori competenti sull’argomento sostengono o auspicano è che la “cura” delle strutture intermedie necessita allo stato attuale non tanto di nuovi approcci teorici, o di nuovi modelli organizzativi oppure in definitiva di operatori “supercompetenti”, ma di criteri di verifica e risultati di ricerca.

In relazione al terzo quesito: in quest’ottica, all’interno di un percorso di ricerca, la formazione acquista un significato diverso come nel caso della ricerca presentata appunto in questo convegno e può fornire stimolanti spazi di pensiero su quei modelli organizzativi e quei presupposti teorici, impliciti o espliciti, che orientano le prassi operative.

 “Psicoterapia e prove di efficacia” un testo di Anthony Roth e Peter Fonagy uscito qui in Italia nell’ottobre dell’1997 in prima edizione segna un cambiamento epocale anche in un settore storicamente resistente alla verifica come quello della psicoterapia.
Come dice Ammanniti nella prefazione del testo <>.
Di conseguenza vari terapeuti e ricercatori, in Italia e in tutto il mondo, stanno studiando con interesse i “fattori terapeutici” che intervengono nelle terapie psicologiche e alla “verifica dei risultati” a breve e lungo termine dei trattamenti terapeutici di qualunque approccio teorico essi siano.
Ebbene anche le strutture intermedie necessitano di più spazi e spunti di riflessione attivati dalla verifica e dalla ricerca in questo settore.
E la ricerca si sa nasce dalla capacità di riflettere criticamente sui problemi e di interrogarsi sui contesti delle attività umane e la formazione in questo senso può dare molte ma anche ricevere in tutte le fasi della ricerca stessa.
Il percorso formativo scaturito dalla realizzazione della ricerca presentata in questo convegno è ad esempio costruito sui dati emersi dalla ricerca stessa.

In conclusione ed anche per spiegarvi il senso del titolo di questa relazione: la formazione a mio modo di vedere può realmente essere utile agli individui ed ai gruppi che la richiedono se diventa area intermedia, zona di confine e spazio di transito tra il modo di rappresentarsi il proprio contesto di lavoro e la propria professionalità  e ciò che in termini di obiettivi concordati e verificabili si può realisticamente perseguire.

 

Dott.ssa Clara Emanuela Curtotti

 

BIBLIOGRAFIA

  • Federico Butera “Il castello e la Rete”, Franco Angeli, 1990.
  • Correale: "L'equipe come supporto emotivo e di pensiero per gli operatori psichiatrici". Relazione presentata al Convegno "Strumenti psicoanalitici in Psichiatria" - Bologna, 1996.
  • Forti D, e Varchetta G. “L’approccio psicosociologico allo sviluppo delle organizzazioni”, Franco Angeli, 2001.
  • Kaneklin C, e F. O. Manoukian, "Conoscere l'organizzazione", NIS, 1990.
  • Kaneclin, A. Orsenigo: "Il lavoro di Comunità", Nuova Italia Scientifica - Roma, 1992
  • Enrico Pedriali “Integrazione tra teoria e prassi nella formazione dell'operatore di comunità” di (lavoro presentato alla Conferenza di Windsor 1997
  • Quaglino P. G., “Psicodinamica della vita organizzativa”, RaffaelloCortina, 1996.
  • W. Winnicott: "Il bambino deprivato" - Raffaello Cortina Editore, Milano 1986.
  • Edgard H, Schein “La consulenza di processo”, Raffaello Cortina Editore, 2001.

 

 

Adolescenti e nuove tecnologie

Il rischio per i giovani di perdersi nella voragine virtuale

Siamo in epoca di grandi trasformazioni e nel riconoscerne i cambiamenti, risulta difficile orientarsi e ci si sente spesso smarriti. Nella pratica clinica con i bambini e gli adolescenti di oggi si coglie in modo molto chiaro la diversità del vivere in un mondo ed in un modo lontano da quello in cui siamo cresciuti, nel vivo della clinica assistiamo di continuo a cambiamenti che riguardano le famiglie, le funzioni genitoriali, la società e la storia di chi chiede assistenza. La tecnologia in primis,  in continua espansione, è diventata una moda per molti e la nostra società rimane a guardare, in una posizione di sospetto l’uso di quest’ultima da parte di chi viene definito oggi “nativo digitale” cioè proprio i bambini e gli adolescenti. I più criticati e ad essere sotto accusa, nel mondo dei nuovi nativi, sono i videogiochi, poi Internet, Facebook, i video, i siti, le chat. Condannate, come cose che fanno perdere un mucchio di tempo, che tolgono spazio allo studio, ai libri, alle letture. Il male del secolo sembra essere rappresentato dai così detti  social network  perché creano identità fittizie e sostituiscono le relazioni reali,surrogate da quelle virtuali, dove si perde il sentire, dove scomparela comunicazione non verbale, dove si sfuggono gli sguardi, le espressioni, sostituiti da onde emotive effimere ed estemporanee.Nei rapporti "virtuali", il contatto, superficiale e bidimensionale, prende il posto della relazione. Insomma un vero dramma, questa tecnologia che desta grande criticità, ma soprattutto una grande preoccupazione negli adulti, perché messi nella posizione di chi è toccato trovarsi davanti al “Nuovo” che avanzaincessantemente, ininterrottamente, edha perso la bussola poiché il “Nuovo” quando non lo si conosceè come un “Estraneo” e l’estraneità spessospaventa, ma se è presente non possiamo solo condannarla e tenerla così a debita distanza. Come fa notare lo psicologo A. Bonaminio (2015) “ Il timore e l’ambivalenza dell’adulto nei confronti di questi strumenti (la tecnologia), rispecchia a mio avviso il timore del nuovo, dell’estraneo, dello sconosciuto, del diverso di cui l’adolescenza è di per sé portatrice”. Il compito che l'adolescente ha di fronte è quello, tutt'altro che facile, di trovare un equilibrio tra appartenenza (conformismo, approvazione) e differenziazione, tra bisogno di contatto e difesa di una quota appena natadi soggettività. E' questo il processo di soggettivazione, grazie al quale l'adolescente diventa progressivamente un adulto, caratterizzato da una identità personale differenziata, capace al contempo di autonomia e di dipendenza sana (non coattiva) dagli altri. In questo processo non è facile orientarsi.

Risulta altrettanto complicato ed enigmatico immaginare come questi cambiamenti, queste “Novità” entrino nel tessuto psichico di questi ragazzi, cosa questo generi nella loro crescita.  Ed ecco che arriva lo spaesamento anche per gli adulti.

Tocca confrontarsi con un cambiamento profondo, l’impatto è obbligato ed il poter trovare e tradurre in termini di funzionamento psichico punti di forza e debolezza, ricchezza e problematicità di questi aspetti, non è immediato. Non ci sono risposte immediate, le risposte se si trovano,implicano tempi lunghi, quelli che non siamo più abituati a vivere, perché continuamenteimpegnati, forse, anche a difenderci da un bombardamento sensoriale continuo, dal non riuscire a “Scollegarsi”.

Allora quali domande? Quali rischi per questi adolescenti?

Il rischio potrebbe essere quello di perdersi all’interno di questa voragine virtuale, i cui  confini non sono così netti e definiti e dove la scelta diventa una rinuncia e l’esserci un obbligo. In questo modo è facile perdere il senso della misura ed il senso dei confini. Come fanno notare i docenti universitari di filosofia Ardovino e Ferraris (2012) “E’ tutto lì dentro, il mondo è in mano a noi. Quello che però non ti viene detto è che anche tu sei in mano al mondo”. La dimensione del web propone e mette in risalto soprattutto una dimensione del gruppo, dove gli interpretiprincipali  sono la platea ed il pubblico ed il pericolo è quello di confondersi specieper alcuni soggetti,  quelli più fragili, può presentare appunto l’incognita di perdere i propri confini identitari.Tutto ciò che riguarda la socialità sembra essersi spostato, infatti,sulle nuove tecnologie: questo sicuramente può rappresentare, da una parte, un bisogno difensivo di perdereil contattocon il reale, ma anche soltanto un cambiamento nel modo di disporredelle relazioni.Questo sembrerebbe  essere infatti  il risultato della perdita dei così detti garanti meta psichici e meta sociali di cui parla lo psicoanalista Kaes (2010), lo scomparire delle grandi istituzioni come i partiti politici, le associazioni cattoliche, le famiglietradizionali che hanno fornito delle guide sui quali si sono fondate le identità delle generazioni del passato.

Oltre alla presa in carico del rischio, non va quindi sottovalutata,ma invece presa in considerazione,l’idea che lo spazio, quello virtuale, potrebbe rappresentare per gli adolescenti una sorta di estensione della propria mente, uno spazio in cui si riflettono i gusti, gli atteggiamenti, dove si sviluppa una parte identitariaimportante. Utilizzando il pensiero dello psicoanalistaJeammet (1980) rispetto alla considerazione che l’adolescente sviluppa una parte del proprio sé attraverso lo spazio psichico allargato, e quindi attraverso la scuola, il gruppo dei pari e la famiglia, possiamo anche comprendere che sia il web che le nuove tecnologie giochino un ruolo molto significativoe avere ancora speranza che lo spazio psichico, mentale, il pensiero e gli affetti non si stiano perdendo ma stiano cambiando?! Venuto meno l’aspetto della socialità più articolato ed essendo esso stato sostituito dal web risulterebbe quest’ultimo,secondo alcuni autori di cui parla lo psicoanalista A. Marzi(2013), un sostituto nel quale è più facile mascherare, annullare e non sentire il dolore psichico. La Rete risulta essere quindi uno degli strumenti che possono favorire il transitoadolescenziale, ma può diventare un rischio per gli adolescenti più deboli, che possono farne un uso difensivo, antievolutivo.Un possibile uso patologico compare quando lo stare in rete diventa un bisogno coattivo, una sorta di dipendenza.

Il meccanismo coinvolto sembra essere quello implicato nelle più varie forme di dipendenza patologica (da cibo, da sostanze, da alcol, dal sesso, dal gioco d'azzardo): una modalità relazionale coercitiva che vincola il soggetto all'oggetto da cui dipende. Il bisogno, concreto e sensoriale la fa da padrone e occupa tutto lo spazio mentale del soggetto, ridotto ad uno stato di schiavitù.

Rispetto ad altre dipendenze, quella da Internet sembra socialmente più accettata, forse perché ritenuta meno dannosa, ed è in genere individuata con un ritardo molto maggiore.

Non sempre ci troviamo pronti a riconoscere il nuovo come qualcos’altro che incontriamo nella vita e nello scenario clinico e riuscire a trovare un modo per guardarlo in maniera adeguata. Forse la sospensione del giudizio aiuta all’ascolto e ad educare lo sguardo al “nuovo” che si presenta e che, anche se inquieta, esiste e va accolto, solo così possono essere tessuti i fili di nuove trame psichiche di cui per ora possiamo avere soltanto una visione parziale.

 

Dott.ssa Luciana Chiarello

il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni

Quale può essere il contributo dell’approccio psicosociologico all’intervento nelle organizzazioni? Quale formazione per i formatori?
Il tema sarà oggetto della Lezione magistrale tenuta dalla dott.ssa S. Melgiovanni (presidente dell’associazione Afips, psicologa-psicoterapeuta, già docente di psicologia delle organizzazioni) nell’ambito dell’insegnamento di sociologia generale del prof. Gaballo (corso di laurea di “Scienze politiche”) - mercoledì 22 Marzo dalle ore 15:00 presso via Brenta.
L’approccio psicosociologico, fornisce un contributo essenziale alla comprensione delle trasformazioni sociali degli ultimi anni. Come scienza dell’azione e prassi impegnata nella vita sociale, la psicosociologia ha profondamente mutato le prospettive in tutti gli ambiti in cui ha esercitato la propria influenza: funzionamento dei gruppi e delle organizzazioni, processi di cambiamento, rapporti di potere, trattamento dei conflitti psicologici e sociali, rapporti fra ricerca e pratica sociale, scienze dell’educazione, pedagogia, ricerche di mercato, psicoterapie, lavoro sociale, servizi sociosanitari. La formazione, secondo questo approccio, costituisce un’area importante di studio e applicazione. La formazione psicosociologica per i formatori ha come obiettivo fondamentale la decostruzione e riflessione su quei processi mentali che sono alla base di specifici atteggiamenti verso sé stessi, il proprio lavoro, gli altri e il contesto generale in cui ciascuno è immerso. Il gruppo costituisce la base attraverso la quale si può raggiungere una maggiore capacità di percezione dei molteplici aspetti che caratterizzano la vita relazionale e le situazioni sociali, grazie a un coinvolgimento non solo intellettuale, ma anche emotivo e personale.

L’approccio Psicosociologico ed il “Ciclo annuale per Formatori”

Afips nel corso degli anni si è occupata di promuovere e divulgare l’approccio psicosociale e psicosociologico.
L’approccio psicosociologico fornisce un contributo essenziale alla comprensione delle trasformazioni sociali, per questo si ritiene importante discutere e promuovere l’utilità di questo approccio.
Per tali ragioni si è pensato di proporre il “Ciclo annuale per formatori” con lo scopo di formare professionisti su tali tematiche.
L’iniziativa è stata presentata durante l’open day di Luglio 2016, in quella occasione abbiamo discusso delle concezioni della formazione con il prezioso contributo del Dott. Kaneklin, socio APS – studio di analisi PsicoSociologica, professore onorario Università Cattolica – Milano.   
A breve vi forniremo informazioni più dettagliate sui programmi, modalità di svolgimento e tutti gli aspetti che caratterizzeranno il corso.
Stay tuned.

 

Le origini psicosociali della corruzione – da: Il Quotidiano di Puglia


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Oggi vi suggeriamo un articolo scritto dal Dott. Metrangolo, Socio AFIPS, in merito alle origini psicosociali della corruzione.

L'articolo è di Maggio 2016, ma pensiamo resti attuale ad un paio di settimane dalla Cerimonia conclusiva del progetto "Oltre le Nuvole". Tale progetto si è rivolto agli studenti delle scuole superiori del territorio Salentino, ed ha visto coinvolte diverse associazioni (inclusa la nostra) nel sensibilizzare gli studenti alla conoscenza del fenomeno corruttivo. Comprendere la corruzione nella sua complessità significa riconoscere tale fenomeno come deleterio al vivere civile e politico di una società.
Buona Lettura 

Il fenomeno della corruzione non può essere affrontato esclusivamente ricorrendo alla logica binaria reato-pena. Il contrasto della corruzione non può trovare una soluzione esclusivamente nella risposta, seppur efficace, del sistema giudiziario. Quando essa arriva la corruzione ha già permeato le istituzioni pubbliche ed è in grado di fornire solo risposte parziali e tardive. La prevenzione e la formazione delle nuove generazioni ad una cultura della legalità sono le risposte strategiche perché la corruzione sia contenuta entro limiti che una società può tollerare.

Il problema della corruzione presuppone precisi modelli culturali e rimanda al funzionamento di gruppi sociali che, in questa fase della vita pubblica, dimostrano persino di sapere assorbire, come un costo eventuale, l’accertamento di responsabilità penali e la condanna morale. Quale può essere il contributo del sapere psicologico sul tema della corruzione?

Non esiste una teoria psicologica che spieghi in modo specifico il problema della corruzione. Ma ci sono ambiti di studio che offrono strumenti utili alla comprensione di quei funzionamenti psichici, individuali, gruppali e istituzionali che alimentano comportamenti di natura corruttiva. Innanzitutto è illusorio pensare di utilizzare, in casi di corruzione, diagnosi psicopatologiche o profili di personalità riconoscibili. Questa idea è rassicurante in quanto offre l’illusione di avere elementi obiettivi che riescano a separare il mondo dei corrotti dagli altri.
Non ci sono segni e indizi fisiologici, costituzionali, genetici, ecc.. in grado di distinguere e rendere riconoscibile il criminale rispetto al non criminale; il deviante sociale rispetto al soggetto normale.

Una prospettiva utile può essere quella di ricondurre il problema della corruzione al più generale tema della devianza sociale e sondare l’utilità di quelle aree di studio che hanno tentato una spiegazione che riguardi la matrice culturale, e dunque l’insieme della società, che genera e nutre comportamenti corruttivi.
La dialettica tra individuo e gruppo, tra identificazione e differenziazione, tra innovazione e conformismo, nel processo di sviluppo trova radice e riproduzione in un funzionamento primario di appartenenza. Rispetto a questa dinamica il rischio è la neutralizzazione del conflitto, la rinuncia a un lavoro psichico che promuova soggettivazione segnata da qualcosa di nuovo e personale.

Il gruppo segnato da dinamiche corruttive obbliga l’individuo, in ragione di una seduzione che promette sicurezza, risorse, strumenti, realizzazioni, a scegliere tra inclusione e marginalità. In tal modo annulla quello spazio in cui l’appartenenza possa accogliere e sostenere i movimenti del soggetto. Un’area in cui è evidente questa dimensione è la zona grigia della “piccola corruzione”; fenomeno nel quale appare evidente come le “ambizioni realizzative” possano trovare nella burocrazie e nelle norme un limite non accettabile che consegna il soddisfacimento a comportamenti caratterizzati da una “coazione antidepressiva”. Diventa fondamentale, a tal proposito, la felice dialettica che Ambrosiano propone tra lo schema ripetitivo del vittimismo, segno di traumi precoci che alimentano la fantasia, per così dire, di un mondo che è stato sottratto e che bisogna riprendersi, e il lavoro psichico come antidoto alle derive corruttive e alla paura della passività personale.

Attraverso un transito nella lezione di Fornari sui codici affettivi, l’autore configura, nell’area della criminalità-corruzione, il potere di un «codice materno squilibrato e assoluto”, che alimenta il bisogno di un’appropriazione vorace, in presenza di una «posizione pseudopaterna primitiva, animata dall’introiezione dell’immagine materna che tutto concede e tutto soddisfa» che non può differenziare e segnare il limite. La fantasia onnipotente di una espansione senza limiti del sé, del potere e della ricchezza, recluterebbe il denaro come suo strumento contro qualsiasi ostacolo a difesa dalle angosce di impotenza, violenza incontrollata, annichilimento. Il contributo di Manoukian, a carattere psicosociologico, individua due aree di interesse in ambito organizzativo. La prima riguarda i fenomeni di corruzione nei rapporti interindividuali o di piccoli gruppi. Essi sono finalizzati a raggiungere vantaggi strumentali e privilegi, attraverso l’elusione di leggi e controlli.

La corruzione può rappresentare il modo di ottenere ciò che è precluso da un’amministrazione pubblica attraversata da eccessi normativi e da dinamiche burocratiche incapaci di garantire in modo equo servizi essenziali che, nelle società complesse, arginano frammentazioni e disgregazioni culturali e fronteggiano l’angoscia rispetto all’«irruzione di vicende impreviste». I corruttori neutralizzano gli ostacoli burocratici che impediscono di realizzare i propri progetti; i corrotti valorizzano il proprio ruolo non solo in termini di vantaggi economici di affermazione di potere che sorregge un’immagine di sé che negli apparati burocratici ha tendenze a svalutarsi e a non incontrare processi di identificazione positiva.

La seconda area si riferisce ad una dinamica più preoccupante che riguarda, invece, i sistemi di relazioni strutturate tra gruppi criminali e sistema economico legale. Questa relazione, in presenza di un’evoluzione dei soggetti criminali verso la fornitura di servizi utili all’economia legale, infiltra senza suscitare allarme, dimensioni importanti della vita sociale e va a costituire quell’area in cui interagiscono l’illegalità e la condizione formale di legalità e trasparenza del tessuto economico.

L’assunto di base dell’autrice è che la corruzione possa essere considerata un sintomo «di un malessere collettivo, espressione di un disagio, di una mancanza di fiducia nella communitas e nella possibilità di trovare in essa uno spazio di espressione e di sviluppo per il sé». Il gruppo massa è il luogo in cui avviene una«rottura del nesso sociale per il tramite di agiti». Non si tratta dell’aspetto funzionale individuato dal saggio precedente e relativo alla violazione di regole sociali funzionale a rimuovere ostacoli all’affermazione del gruppo, impossibile diversamente; ma anche di evitare il lavoro psichico che sia in grado di trasformare la «paura dinanzi alla realtà».

Particolarmente suggestiva appare la proposta di considerare nel gruppo massa l’elusione della pensosità e della tensione etica, entrambe dimensioni rivolte a cogliere le complesse implicazioni delle nostre azioni.
L’elusione del pensiero segna il funzionamento del gruppo corrotto, in termini che ricalcano il funzionamento della massa, identificata come gros animal «incapace di pensiero, somatico, corporeo e ottuso», che richiede una sorta di «macchinario dell’istantaneo» che non consente soste di pensiero di fronte alle paure e alle tensioni.

Anche la famiglia massa può coinvolgere il bambino in una vicenda in cui la costruzione di uno spazio autosufficiente, che assicura protezione e sicurezza, ha come conseguenza un vuoto di pensiero, generando una mentalità corrotta in quanto non ha bisogno di cercare il senso delle cose, degli eventi, degli incontri, dell’altro. L’individuo, paradossalmente, è lasciato solo con il suo «bisogno-fame implacabile di verità assolute, feticci e realtà allucinata».

La politica massa e il suo linguaggio recente, infine, offrono una ulteriore dimensione in cui la suggestione delle identificazioni senza scarti, la seduzione rassicurante, di fronte alla complessità sociale, di un maternage dei cittadini che promette sicurezza in un mondo aconflittuale, che libera dalla fatica di pensare, hanno una relazione con la genesi dei fenomeni corruttivi.

Nei fenomeni corruttivi analizzati dagli autori, si intravede quella contraddizione del potere di cui parla Simon Weil. Il potere, nel suo incedere oltre ogni limite, distrugge le basi materiali della sua stessa possibilità. In tal senso la corruzione, nella sua accezione più ampia e non coincidente con quella giuridica, risulta un esempio indubitabile.

Cerimonia Conclusiva del progetto Oltre le Nuvole con L. Boldrini

Programma: 

Venerdì  20 gennaio, presso il centro congressi Ecotekne, al polo universitario scientifico dell’università di Lecce (Monteroni) si terrà la cerimonia conclusiva del progetto didattico “Oltre le Nuvole”, che mira a sensibilizzare sul tema dei comportamenti corruttivi tra i giovani studenti. Il progetto ha anche l’obiettivo di creare consapevolezza sull’identità di cittadinanza Europea.

AFIPS è stata una delle associazioni che ha contribuito attivamente nella conduzione di questo progetto.

La cerimonia vedrà, tra gli altri interventi, quello di Sonia Melgiovanni, presidente dell’associazione AFIPS. Verranno riportati i risultati dell’esperienza svolta nel primo anno da un vertice psicologico e di intervento psicosociale.

Vi aspettiamo

Evento: http://www.afips.it/event/cerimonia-conclu…e-con-l-boldrini/

Evento Facebook:  https://www.facebook.com/events/1861622417458279/